redazione, Autore presso Polisportiva Locubia

agosto 9, 2019
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La passione per il calcio non va mai in vacanza…ma per tornare in campo più carichi che mai ci vuole un pò di riposo!

Il team della Polisportiva Locubia augura buone vacanze a tutti i piccoli calciatori, alle loro mamme e papà, alle famiglie e a tutti gli appassionati che, anche quest’anno, ci hanno sostenuto con passione durante l’intera stagione sportiva: tra allenamenti e partite, il vostro contributo è stato fondamentale!

Ripartiremo a settembre e sicuramente ci saranno nuovi arrivi e tanti piccoli calciatori ai quali dare il benvenuto: lo faremo con la passione, l’entusiasmo, la competenza e l’allegria che ogni giorno ci sforziamo di mettere in campo!

Tenete sempre d’occhio i nostri social per essere aggiornati su tutte le nostre attività!

Buona Vacanze dal team della Polisportiva Locubia!


agosto 2, 2019
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Nel 2006, la Fifa ha condotto uno studio statistico a livello mondiale, il cosidetttoBig Count 2006: si tratta di un grande sondaggio teso ad indagare i numeri e le cifre dello sport più amato al mondo. Da questa indagine è emerso che in tutto il mondo ci sono 265 milioni di persone che praticano il calcio e 38 milioni di tesserati per le varie società. Includendo anche gli arbitri e i funzionari, il totale delle persone direttamente coinvolte nel calcio raggiunge i 270 milioni: il 4% della popolazione mondiale.

Il continente con più giocatori in termini assoluti è l’Asia (con 85 milioni di calciatori), seguita da Europa (62 milioni), Africa (46 milioni), America del Nord (43 milioni), America del Sud (27 milioni) e Oceania (“appena” 0,5 milioni). In percentuale, però, la maggior diffusione del calcio si registra in Europa, Nord e Sud America, dove le persone coinvolte rappresentano il 7% della rispettiva popolazione totale.

Chi decide le regole del gioco?

Per quanto riguarda la redazione, innovazione e interpretazione delle regole calcistiche, opera l’IFAB, un organismo incardinato nella struttura della FIFA all’interno del quale hanno diritto di voto 8 membri, 4 designati dalla FIFA stessa e altrettanti dalle 4 federazioni calcistiche britanniche (la FA per l’Inghilterra, la SFA per la Scozia, la FAW per il Galles e la IFA per l’Irlanda del Nord). Tale funzione normativa del regolamento del calcio è svolta in via esclusiva e tassativa in campo professionistico e dilettantistico, in quanto sulle regole del gioco del calcio, che vengono fatte applicare attraverso l’arbitro e i suoi assistenti, non si è mai configurata un’effettiva funzione normativa sussidiaria delle federazioni continentali e nazionali.

Il maggior organo di governo del calcio a livello internazionale è la FIFA, acronimo di Fédération Internationale de Football Association (in italiano Federazione Internazionale del Calcio), che ha sede a Zurigo, in Svizzera.


luglio 19, 2019
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Il calcio moderno è un prodotto Made in UK: la squadra più “vecchia” è un club inglese e la FA è la federazione calcistica più longeva di tutto il mondo.

Partendo dall’Inghilterra, però, il calcio si è ben presto diffuso in tutto il mondo fino a diventare uno degli sport più amati in ogni Continente. Non c’è infatti nazione – in Europa, Asia, America, Africa e Oceania – che non abbia una rappresentativa calcistica: ma come si è arrivati a questo?

Un gioco mondiale

A partire dal XIX secolo, il calcio si è diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo. In Inghilterra, il football smise presto di essere appannaggio dei ceti benestanti e divenne lo sport per eccellenza della classe operaia: uno gioco divertente, semplice e stancante era l’ideale per sfogarsi dopo una dura settimana di lavoro. Il fenomeno delle migrazioni, molto forte a fine ‘800, contribuì al successo del calcio: gli operai e i commercianti inglesi che lasciavano la madrepatria in cerca di fortuna esportarono il calcio prima nelle vicine Scozia (1873), Galles (1876) e Irlanda del Nord (1880) e successivamente in tutta Europa. Furono così fondate le federazioni nazionali di mezz’Europa. Il successo del calcio era ormai un fenomeno internazionale e fu pertanto necessario chiarire in maniera più dettagliata le regole del gioco: in questi anni infatti, continuavano a esistere svariate interpretazioni del regolamento nato in Inghilterra. Anche a questo scopo, nel 1904 si costituì la Fédération Internationale de Football Association (FIFA), cui man mano si unirono molte delle varie Federazioni nazionali nate fino ad allora: agli inizi del XX secolo, dunque, il calcio era già un fenomeno globale!


luglio 12, 2019
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La scosa settimana abbiamo parlato delle origini del calcio, dell’Oriente fino all’Inghilterra! Proprio la Gran Bretagna, infatti, ha giocato un ruolo fondamentale nella storia del calcio moderno.

La patria del calcio moderno è l’Inghilterra. I primi a giocare a calcio (como lo intendiamo noi oggi) sono stati gli studenti dei college britannici. All’epoca le classi universitarie erano sempre composte da dieci alunni, a questi si aggiungeva il maestro che giocava sempre insieme ai suoi studenti: nacque così la consuetudine di giocare in undici. Il “capitano” di una squadra di calcio è quindi una sorta di discendente del maestro che, in quanto tale, dirigeva la sua classe di alunni. Le diverse scuole britanniche giocavano ognuna secondo le proprie regole, spesso alquanto diverse tra di loro. Nel 1848, due studenti di Cambridge, H. de Winton e J.C. Thring, proposero e ottennero di fare una riunione con i rappresentanti di altri undici college (tra i quali Eton, Harrow, Winchester, Rugby e Shrewsbury) per trovare un punto d’incontro e stabilire regole comuni. La riunione durò otto ore e produsse un importante risultato: vennero infatti stilate le prime basilari regole del calcio, dette anche Regole di Cambridge.

 La prima squadra di calcio nella storia

Il 24 ottobre 1857 a Sheffield, Nathaniel Creswick fondò la prima squadra di calcio della storia: lo Sheffield FC. Ma il contributo che Creswick ha dato al gioco del calcio non è solo questo: insieme a William Prest, infatti, scrisse nel 1858 le Sheffield Rules (Regole di Sheffield). Fu un passo in avanti molto dettagliate perché introdusse nel gioco regole molto importanti, come la durata della partita e la divisione della stessa in due tempi, tutt’oggi in vigore.

Pochi anni dopo, il 26 ottobre 1863, a Londra, presso la Free Mason’s Tavern, i più importanti college britannici diedero vita alla Football Association, la prima federazione calcistica nazionale della storia. Il primo atto della FA fu stabilire un regolamento unico e definitivo: in primo luogo, si stabiliì che era possibile giocare il pallone soltanto con i piedi.  Il gioco con le mani era consentito solo nel momento in cui era necessario catturare un pallone chiaramente indirizzato in porta, come su un calcio di punizione diretto: in questa fase, infatti, non esisteva ancora il ruolo del portiere. Queste regole furono adottate da tutti eccetto che dalla scuola di Rugby. I rappresentati di questo college volevano un gioco più fisico e che consentisse di toccare il pallone anche con le mani. Ne nacqua una “frattura” che portò alla nascita del rugby, sport che prende il nome dalla scuola che l’ha sviluppato. Lo sport codificato dalla Football Association prese il nome association football, per distinguerlo dal rugby football. Nel 1888 si tenne il primo campionato inglese, secondo la formula a giorne unico tuttora in vigore: chi lo vinse?


luglio 5, 2019
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Tutti sappiamo che il calcio è uno sport di squadra giocato con un pallone rotondo su un campo di gioco rettangolare, con due porte e due squadre composte da 11 giocatori: questo è ovvio. Ma quanti di noi conoscono la storia e le origini del nostro sport preferito?

Per fare chiarezza e approfondire la nostra passione, abbiamo deciso di lanciare una nuova rubrica sulla storia del calcio, dalle origini fino ai giorni nostri. Ovviamente, per iniziare, non potevamo che partire dagli albori! Come è nato il calcio?

Le origini del calcio

Le origini del calcio sono antiche e non molto chiare: diversi Paesi, infatti, si contendono la partenità di questo sport. Storicamente parlando, va detto che il predecessore più simile al calcio attuale è un gioco cinese di cui si hanno tracce fin dal II e III secolo a.C. Il nome di questa disciplina era tsu’ chu cuju (蹴鞠, cùjú, letteralmente “palla spinta con il piede”) e si trattava di un allenamento militare nel quale si doveva calciare una palla, riempita con piume e capelli, tra due canne di bambù: la porta non superava i 30–40 cm di larghezza. Circa 500 o 600 anni dopo, in Giappone si giocava il kemari (un gioco tuttora praticato) nel quale l’obiettivo dei giocatori, disposti in cerchio, era passarsi con i piedi una palla di medie dimensioni, evitando che toccasse terra.

Dall’Oriente all’Europa

Dall’Oriente, “gli antenati” del calcio sono arrivati in Occidente attraverso la Grecia. Nella Grecia del IV secolo a.C. si giocava l’episciro (dal greco episkyros), un gioco che in epoca Romana prese il nome di harpastum: due fazioni dovevano portare una palla oltre la linea di fondo avversaria. In questo sport, come si può facilmente intuire, l’aspetto antagonistico e fisico prevaleva rispetto a quello puramente tecnico e agonistico. Dopo il crollo dell’Impero Romano, il calcio sembra scomparire. I riferimenti successivi si trovano nel Medioevo, in Italia, dove venne probabilmente abbozzato il gioco del calcio attuale (anche se con caratteristiche più simili al rugby) e chiamato Calcio in costume o fiorentino. Nelle isole britanniche questo sport antenato del calcio, portato dai conquistatori romani, incontrò diverse opposizioni: nel 1314 il podestà di Londra lo dichiarò fuorilegge, durante la Guerra dei cent’anni fu vietato a favore del tiro con l’arco; venne successivamente osteggiato da parte dei Puritani nel XVI secolo che lo consideravano “frivolo”. Lo sport rimase comunque praticato e non fu mai soppresso del tutto, finché non venne depenalizzato nel 1835 con il cosiddetto Highway Act, che vietò il gioco nelle strade pubbliche ma lo rese possibile negli spazi chiusi.

La patria del calcio moderno fu quindi l’Inghilterra, e in particolare i college britannici: ma di questo parleremo nel prossimo articolo!


marzo 21, 2019
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Il gruppo squadra è un’entità che si avvale di una sua anima. L’allenatore è il suo regista: sente e filtra ogni aspetto di quest’anima e ne regge le redini, modulandone il passo, controllandone, lungo il suo percorso sportivo, il lato selvaggio. Sta al mister canalizzare l’energia interiore dei componenti dello spogliatoio, che nel complesso diventa una cosa sola, e sintonizzarli evitando che questo cavallo dallo spirito libero, fatto di un’anima dalle mille facce, si imbizzarrisca e perda il controllo.

SENSIBILITÀ, LA CHIAVE PER GESTIRE IL GRUPPO

La variabile fondamentale che consente al tecnico di perseguire tutto ciò è la sua sensibilità, la capacità di essere talmente lucido e sereno da percepire umori e malumori del gruppo e mediare tra i suoi componenti. L’istruttore assolve a questo compito allo stesso modo di come la nostra coscienza dovrebbe fare con le varie parti della nostra anima: per stare bene bisogna essere in grado di conoscere noi stessi, investendo sulle nostre qualità e depotenziando i nostri limiti.


marzo 15, 2019
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Se non si tira in porta non si può fare goal! Appare banale ma quanto appena detto è una certezza assoluta. Possiamo allenare l’immaginabile, ma se trascuriamo il tiro in porta difficilmente riusciremo a dar seguito a qualsiasi modello di gioco. Lo scopo del calcio è fare goal e questo è possibile solo se tiro verso la porta avversaria.

Gli aspetti importanti che riguardano il tiro in porta

Nel tiro in porta sono compresi tutti gli aspetti che compongono un giocatore di calcio. Ovvero gli aspetti tecnici coordinativi, tattico strategici, atletici, mentali. Ognuno di questi aspetti ha la medesima importanza per l’efficacia di esecuzione. Non bisogna fermarsi o limitarsi alla sola cura del gesto tecnico, ossia al contatto piede – palla. Pur se importante ma non più e non meno della scelta di come:

  • calciare;
  • quale parte del piede utilizzare;
  • la scelta di tempo;
  • la coordinazione;
  • il movimento;
  • la concentrazione;
  • la potenza;
  • l’esplosività.

Metodologia di allenamento per il tiro in porta

Alla base di tutto deve esserci un metodo. Il lavoro cambia ovviamente in base alla fascia di età che ci troviamo ad allenare ma la soluzione migliore è sempre partire da situazioni in assenza di avversari per curare maggiormente l’aspetto tecnico. Per poi passare ad esercitazioni con opposizioni passiva dove alleno la scelta del “come” e “dove”. Concludere infine, con proposte del tutto situazionali cercando di creare l’effetto gara.


marzo 7, 2019
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C’è chi dice che lo sport sia una metafora della vita. Ma in realtà l’impegno, il sudore, la gioia, lo sconforto, la competizione, la vittoria, la sconfitta sono componenti a tutti gli effetti della vita.

Fare dello sport un mezzo per formare e crescere è oggi una realtà accettata e consigliata. Ma spesso ciò che manca è il giusto rapporto che passa tra chi aiuta quotidianamente i figli a crescere e i valori tipici dello sport. In tutto ciò la vita e la morte sono ripetute nello sport dalla vittoria e dalla sconfitta.

Ecco un decalogo che parla di campioni, di vita e di esperienze, nato da chi ha fatto sport, da chi lo insegna. Una piccola guida per riflettere su cosa vuol dire vivere e fare sport insieme.

  1.  Essere partecipi della festa dello sport, dello sforzo che si compie sul campo senza prevaricare l’avversario è il massimo dell’insegnamento che si possa trasmettere. L’avversario non è un babau da abbattere, ma una persona che deve essere affrontata lealmente, senza sotterfugi, alla pari: fare il tifo, applaudire, provare emozioni non richiede la manifestazione di istinti e comportamenti negativi.
  2. Mai tifare contro! Il successo è dare sempre il massimo: esprimere al meglio le proprie potenzialità non vuol dire vincere sempre, ma sapere che ciò che si è fatto è il 100%.
  3. Non è obbligatorio essere campioni: chi cerca di ottenere dai propri figli la soddisfazione per i propri insuccessi o per i propri sogni di vanagloria non agisce per il bene dei ragazzi. Lo sport non deve mai essere espressione di una imposizione.
  4. Un campione si vede soprattutto nella sconfitta: non si abbatte ma trae insegnamento dagli errori. Non cerca scuse ma guarda avanti. Non vede nell’avversario la causa di qualche cosa di drammatico, ma ne riconosce la superiorità. C’è sempre qualcuno che batterà un record, c’è sempre qualcuno più bravo in giro per il mondo.
  5. La sconfitta offre la possibilità di uno scatto di orgoglio, origina la presa di coscienza dei limiti, e soprattutto porta a comprendere quanto non si smette mai di imparare da se stessi e dagli altri. La sconfitta è la genesi della vittoria: solo chi è capace di perdere non si sentirà mai perfetto ed indistruttibile: se Alex si fosse fermato dopo che gli amputarono le gambe oggi non sarebbe diventato un esempio per tutti gli sportivi del mondo.
  6. Guardarsi intorno e non smettere mai di osservare, ascoltare, sentire gli stimoli che arrivano dalle proprie esperienze: lo sport richiede pazienza e passione, lo sport chiede forza e impegno, ma rende la vita più lieve se si vive senza l’angoscia del risultato a tutti i costi.
  7. Rispettare il proprio avversario sempre e comunque: la vittoria o la sconfitta hanno un sapore più dolce se si ottengono con il sorriso ed il sudore che nasce dalla competizione.
  8. Saper trovare soluzioni inaspettate, forze nascoste, idee originali nasce dalla capacità di controllare le proprie emozioni quando il corpo spesso è stanco: è quel paio di centimetri in più che l’allenatore Moussabini chiedeva ad Harold Abrahams quando lo preparava per i Giochi Olimpici di Parigi 1924 e che gli diedero poi la vittoria nei 100 metri piani.
  9. “Più veloce, più in alto, più forte” è il motto olimpico: vale sempre, in tutte le cose, ma non si deve mai imbrogliare. Chi imbroglia e chi insegna ad imbrogliare non ha capito nulla di cosa significhi vivere.
  10. Un piazzamento migliore, una prestazione convincente, un complimento dell’allenatore o dell’avversario valgono quanto una medaglia. Se poi la medaglia ci scappa, tanto di guadagnato.

 


febbraio 28, 2019
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Una semplice proposta per insegnare questo gesto tecnico senza intimorire i bambini, ma stimolando la loro fantasia, in un contesto ludico, coinvolgendo tutti i partecipanti al gioco

Spesso i bambini trovano soluzioni tecniche o tattiche che ci sorprendono quindi nel momento in cui diamo loro la possibilità di scoprire nuove forme di gioco, possiamo essere certi della bontà del nostro percorso formativo. Il lavoro deve prevedere attività tecniche, tattiche, cognitive, spazio-percettive, emozionali e ludiche. Fra i gesti tecnici il colpo di testa spesso crea problemi con i bambini, che manifestano paura di farsi male. Le partitine col gol di testa obbligatorio secondo me aumentano l’ansia perché la palla non è adeguata alla fascia di età e si creano continui scontri aerei nei quali sono favoriti sempre gli stessi, magari i più grandi, mentre molti bambini si estraniano. La mia proposta, invece, punta sull’aspetto emozionale, sulla collaborazione e il confronto-gara.

UN GIOCO PER APPRENDERE

Si gioca per attaccare e fare gol di testa. Lo spazio è un campo con due porte, creiamone altri due uno interno e uno esterno, si formano coppie di giocatori che si sfideranno in una sfida in cui ci si passa palla con le mani e si cerca di segnare di testa, alternativamente prima una coppia poi l’altra andando da un parte all’altra del campo. Utilizziamo le due aree quella esterna e quella interna per definire regole spaziali: da dove e dove si devono e posso ricevere i passaggi. Osserviamo, durante l’esercitazione, con attenzione i comportamenti dei nostri bambini, per aiutarli a cercare soluzioni sempre più efficaci e coerenti con gli obiettivi prefissati.

 

ABBOZZIAMO LA COSTRUZIONE DAL BASSO

Ma c’è qualcosa di più. In questo semplice gioco (due passaggi e un tiro in porta), notiamo che il primo passaggio è del portiere, la costruzione dal basso, i due giocatori si muovono (ecco perché la presenza dello spazio blu interno fatto con i cerchi) ricercando prima l’ampiezza e poi la profondità e quindi la tecnica che si abbina alla tattica, allo spazio e alla percezione dello stesso in regime di gioco. Nella fase conclusiva dell’azione è fondamentale lo spazio rosso che serve come riferimento per un assist importante, la palla deve essere data verso il compagno in corsa e non verso la porta. I due giocatori devono abbinare i tempi di gioco e gli stili di corsa, se chi fa l’assist è lento l’altro non può essere più veloce. in campo ci sono sempre quattro giocatori e chi non partecipa stimola i compagni ad attaccare correttamente lo spazio davanti la porta. Ritmicamente tutti partecipano al gioco, e naturalmente creiamo step progressivi che alla fine prevedranno anche situazioni con difensori attivi.


febbraio 21, 2019
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La preparazione atletica è una componente fondamentale nell’allenamento ed è importante lavorare sull’agilità e la resistenza dei calciatori fin dalla scuola calcio. 

Nel calcio moderno al giocatore si richiede la massima attenzione tecnico – tattica accompagnata a pari livello anche una preparazione atletica di alto profilo. Queste due competenze specifiche hanno tempi di sviluppo diversi, ahimè una sempre più dell’altra. Io credo che affinché il calciatore possa essere in grado di esprimersi al massimo sia molto importante considerare l’effetto metabolico di entrambe. L’allenamento serve proprio a questo ma alla fine quanto si allenano i calciatori?

La preparazione atletica generale e specifica

A ogni tappa corrisponde una determinata mole di preparazione fisica, relativa alla difficoltà degli esercizi che devono essere assimilati. Da quanto detto ci rendiamo conto di come sia importante la Pfg (Preparazione Fisica Generale) nella fase di avviamento che con l’avanzare degli anni va diminuendo a vantaggio la Pfs (Preparazione Fisica Speciale). Quest’ultima incrementa in modo sempre crescente col lavoro sulle difficoltà tecnico-combinatorie ma ciò non toglie che una ginnasta abbia bisogno di mantenere alto anche il livello della Pfg. Questo perché molto spesso si ritorna su determinati elementi da eseguire in relazione a un attrezzo che rimane sempre lo stesso ma con qualità dell’atleta che crescono e generano difficoltà esecutive. Quindi bisogna riprogrammare l’allenamento in base alle fasi di crescita e il tecnico deve rivedere anche la preparazione fisica.

Nel calcio assistiamo, dall’attività di base al settore giovanile, a un decremento dell’esposizione all’allenamento. Il tempo dedicato alla Pfg e Pfs dura troppo poco, basti pensare che un preparatore ha a disposizione circa 15/30’ a seduta al massimo per sviluppare tutte le capacità fisico-motorie. Questa mancanza di tempo è in strettissimo rapporto con l’insegnamento della tecnica calcistica. Se il futuro calciatore vorrà avere obbligatoriamente tutte le qualità fisiche (condizionali e coordinative) di alto livello è logico che la Pfg e Pfs devono essere calibrate adeguatamente.