Club news Archivi - Polisportiva Locubia

marzo 21, 2019
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Il gruppo squadra è un’entità che si avvale di una sua anima. L’allenatore è il suo regista: sente e filtra ogni aspetto di quest’anima e ne regge le redini, modulandone il passo, controllandone, lungo il suo percorso sportivo, il lato selvaggio. Sta al mister canalizzare l’energia interiore dei componenti dello spogliatoio, che nel complesso diventa una cosa sola, e sintonizzarli evitando che questo cavallo dallo spirito libero, fatto di un’anima dalle mille facce, si imbizzarrisca e perda il controllo.

SENSIBILITÀ, LA CHIAVE PER GESTIRE IL GRUPPO

La variabile fondamentale che consente al tecnico di perseguire tutto ciò è la sua sensibilità, la capacità di essere talmente lucido e sereno da percepire umori e malumori del gruppo e mediare tra i suoi componenti. L’istruttore assolve a questo compito allo stesso modo di come la nostra coscienza dovrebbe fare con le varie parti della nostra anima: per stare bene bisogna essere in grado di conoscere noi stessi, investendo sulle nostre qualità e depotenziando i nostri limiti.


marzo 15, 2019
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Se non si tira in porta non si può fare goal! Appare banale ma quanto appena detto è una certezza assoluta. Possiamo allenare l’immaginabile, ma se trascuriamo il tiro in porta difficilmente riusciremo a dar seguito a qualsiasi modello di gioco. Lo scopo del calcio è fare goal e questo è possibile solo se tiro verso la porta avversaria.

Gli aspetti importanti che riguardano il tiro in porta

Nel tiro in porta sono compresi tutti gli aspetti che compongono un giocatore di calcio. Ovvero gli aspetti tecnici coordinativi, tattico strategici, atletici, mentali. Ognuno di questi aspetti ha la medesima importanza per l’efficacia di esecuzione. Non bisogna fermarsi o limitarsi alla sola cura del gesto tecnico, ossia al contatto piede – palla. Pur se importante ma non più e non meno della scelta di come:

  • calciare;
  • quale parte del piede utilizzare;
  • la scelta di tempo;
  • la coordinazione;
  • il movimento;
  • la concentrazione;
  • la potenza;
  • l’esplosività.

Metodologia di allenamento per il tiro in porta

Alla base di tutto deve esserci un metodo. Il lavoro cambia ovviamente in base alla fascia di età che ci troviamo ad allenare ma la soluzione migliore è sempre partire da situazioni in assenza di avversari per curare maggiormente l’aspetto tecnico. Per poi passare ad esercitazioni con opposizioni passiva dove alleno la scelta del “come” e “dove”. Concludere infine, con proposte del tutto situazionali cercando di creare l’effetto gara.


marzo 7, 2019
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C’è chi dice che lo sport sia una metafora della vita. Ma in realtà l’impegno, il sudore, la gioia, lo sconforto, la competizione, la vittoria, la sconfitta sono componenti a tutti gli effetti della vita.

Fare dello sport un mezzo per formare e crescere è oggi una realtà accettata e consigliata. Ma spesso ciò che manca è il giusto rapporto che passa tra chi aiuta quotidianamente i figli a crescere e i valori tipici dello sport. In tutto ciò la vita e la morte sono ripetute nello sport dalla vittoria e dalla sconfitta.

Ecco un decalogo che parla di campioni, di vita e di esperienze, nato da chi ha fatto sport, da chi lo insegna. Una piccola guida per riflettere su cosa vuol dire vivere e fare sport insieme.

  1.  Essere partecipi della festa dello sport, dello sforzo che si compie sul campo senza prevaricare l’avversario è il massimo dell’insegnamento che si possa trasmettere. L’avversario non è un babau da abbattere, ma una persona che deve essere affrontata lealmente, senza sotterfugi, alla pari: fare il tifo, applaudire, provare emozioni non richiede la manifestazione di istinti e comportamenti negativi.
  2. Mai tifare contro! Il successo è dare sempre il massimo: esprimere al meglio le proprie potenzialità non vuol dire vincere sempre, ma sapere che ciò che si è fatto è il 100%.
  3. Non è obbligatorio essere campioni: chi cerca di ottenere dai propri figli la soddisfazione per i propri insuccessi o per i propri sogni di vanagloria non agisce per il bene dei ragazzi. Lo sport non deve mai essere espressione di una imposizione.
  4. Un campione si vede soprattutto nella sconfitta: non si abbatte ma trae insegnamento dagli errori. Non cerca scuse ma guarda avanti. Non vede nell’avversario la causa di qualche cosa di drammatico, ma ne riconosce la superiorità. C’è sempre qualcuno che batterà un record, c’è sempre qualcuno più bravo in giro per il mondo.
  5. La sconfitta offre la possibilità di uno scatto di orgoglio, origina la presa di coscienza dei limiti, e soprattutto porta a comprendere quanto non si smette mai di imparare da se stessi e dagli altri. La sconfitta è la genesi della vittoria: solo chi è capace di perdere non si sentirà mai perfetto ed indistruttibile: se Alex si fosse fermato dopo che gli amputarono le gambe oggi non sarebbe diventato un esempio per tutti gli sportivi del mondo.
  6. Guardarsi intorno e non smettere mai di osservare, ascoltare, sentire gli stimoli che arrivano dalle proprie esperienze: lo sport richiede pazienza e passione, lo sport chiede forza e impegno, ma rende la vita più lieve se si vive senza l’angoscia del risultato a tutti i costi.
  7. Rispettare il proprio avversario sempre e comunque: la vittoria o la sconfitta hanno un sapore più dolce se si ottengono con il sorriso ed il sudore che nasce dalla competizione.
  8. Saper trovare soluzioni inaspettate, forze nascoste, idee originali nasce dalla capacità di controllare le proprie emozioni quando il corpo spesso è stanco: è quel paio di centimetri in più che l’allenatore Moussabini chiedeva ad Harold Abrahams quando lo preparava per i Giochi Olimpici di Parigi 1924 e che gli diedero poi la vittoria nei 100 metri piani.
  9. “Più veloce, più in alto, più forte” è il motto olimpico: vale sempre, in tutte le cose, ma non si deve mai imbrogliare. Chi imbroglia e chi insegna ad imbrogliare non ha capito nulla di cosa significhi vivere.
  10. Un piazzamento migliore, una prestazione convincente, un complimento dell’allenatore o dell’avversario valgono quanto una medaglia. Se poi la medaglia ci scappa, tanto di guadagnato.

 


febbraio 28, 2019
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Una semplice proposta per insegnare questo gesto tecnico senza intimorire i bambini, ma stimolando la loro fantasia, in un contesto ludico, coinvolgendo tutti i partecipanti al gioco

Spesso i bambini trovano soluzioni tecniche o tattiche che ci sorprendono quindi nel momento in cui diamo loro la possibilità di scoprire nuove forme di gioco, possiamo essere certi della bontà del nostro percorso formativo. Il lavoro deve prevedere attività tecniche, tattiche, cognitive, spazio-percettive, emozionali e ludiche. Fra i gesti tecnici il colpo di testa spesso crea problemi con i bambini, che manifestano paura di farsi male. Le partitine col gol di testa obbligatorio secondo me aumentano l’ansia perché la palla non è adeguata alla fascia di età e si creano continui scontri aerei nei quali sono favoriti sempre gli stessi, magari i più grandi, mentre molti bambini si estraniano. La mia proposta, invece, punta sull’aspetto emozionale, sulla collaborazione e il confronto-gara.

UN GIOCO PER APPRENDERE

Si gioca per attaccare e fare gol di testa. Lo spazio è un campo con due porte, creiamone altri due uno interno e uno esterno, si formano coppie di giocatori che si sfideranno in una sfida in cui ci si passa palla con le mani e si cerca di segnare di testa, alternativamente prima una coppia poi l’altra andando da un parte all’altra del campo. Utilizziamo le due aree quella esterna e quella interna per definire regole spaziali: da dove e dove si devono e posso ricevere i passaggi. Osserviamo, durante l’esercitazione, con attenzione i comportamenti dei nostri bambini, per aiutarli a cercare soluzioni sempre più efficaci e coerenti con gli obiettivi prefissati.

 

ABBOZZIAMO LA COSTRUZIONE DAL BASSO

Ma c’è qualcosa di più. In questo semplice gioco (due passaggi e un tiro in porta), notiamo che il primo passaggio è del portiere, la costruzione dal basso, i due giocatori si muovono (ecco perché la presenza dello spazio blu interno fatto con i cerchi) ricercando prima l’ampiezza e poi la profondità e quindi la tecnica che si abbina alla tattica, allo spazio e alla percezione dello stesso in regime di gioco. Nella fase conclusiva dell’azione è fondamentale lo spazio rosso che serve come riferimento per un assist importante, la palla deve essere data verso il compagno in corsa e non verso la porta. I due giocatori devono abbinare i tempi di gioco e gli stili di corsa, se chi fa l’assist è lento l’altro non può essere più veloce. in campo ci sono sempre quattro giocatori e chi non partecipa stimola i compagni ad attaccare correttamente lo spazio davanti la porta. Ritmicamente tutti partecipano al gioco, e naturalmente creiamo step progressivi che alla fine prevedranno anche situazioni con difensori attivi.


febbraio 21, 2019
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La preparazione atletica è una componente fondamentale nell’allenamento ed è importante lavorare sull’agilità e la resistenza dei calciatori fin dalla scuola calcio. 

Nel calcio moderno al giocatore si richiede la massima attenzione tecnico – tattica accompagnata a pari livello anche una preparazione atletica di alto profilo. Queste due competenze specifiche hanno tempi di sviluppo diversi, ahimè una sempre più dell’altra. Io credo che affinché il calciatore possa essere in grado di esprimersi al massimo sia molto importante considerare l’effetto metabolico di entrambe. L’allenamento serve proprio a questo ma alla fine quanto si allenano i calciatori?

La preparazione atletica generale e specifica

A ogni tappa corrisponde una determinata mole di preparazione fisica, relativa alla difficoltà degli esercizi che devono essere assimilati. Da quanto detto ci rendiamo conto di come sia importante la Pfg (Preparazione Fisica Generale) nella fase di avviamento che con l’avanzare degli anni va diminuendo a vantaggio la Pfs (Preparazione Fisica Speciale). Quest’ultima incrementa in modo sempre crescente col lavoro sulle difficoltà tecnico-combinatorie ma ciò non toglie che una ginnasta abbia bisogno di mantenere alto anche il livello della Pfg. Questo perché molto spesso si ritorna su determinati elementi da eseguire in relazione a un attrezzo che rimane sempre lo stesso ma con qualità dell’atleta che crescono e generano difficoltà esecutive. Quindi bisogna riprogrammare l’allenamento in base alle fasi di crescita e il tecnico deve rivedere anche la preparazione fisica.

Nel calcio assistiamo, dall’attività di base al settore giovanile, a un decremento dell’esposizione all’allenamento. Il tempo dedicato alla Pfg e Pfs dura troppo poco, basti pensare che un preparatore ha a disposizione circa 15/30’ a seduta al massimo per sviluppare tutte le capacità fisico-motorie. Questa mancanza di tempo è in strettissimo rapporto con l’insegnamento della tecnica calcistica. Se il futuro calciatore vorrà avere obbligatoriamente tutte le qualità fisiche (condizionali e coordinative) di alto livello è logico che la Pfg e Pfs devono essere calibrate adeguatamente.


febbraio 14, 2019
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Un calciatore vincente non solo si pone più obiettivi e li diversifica, ma è tenace, li costruisce e distribuisce con criterio nel tempo.

Se non ci credi non accadrà mai, se pensi negativo i tuoi risultati saranno per la maggior parte negativi. Legato al concetto di cultura dell’alibi, c’è quello di approccio positivo al lavoro: un’atteggiamento psicologico è fondamentale per  raggiungere i risultati e i traguardi che ci si pone. E non si tratta solo di resilienza, cioè la capacità di saper sopportare e affrontare le difficoltà anche quando si protraggono nel tempo credendo fortemente nella soluzione del problema. Si tratta di un atteggiamento convinto, determinato e consapevole a priori. Perché se si vuole fortemente e si lavora affinché qualcosa accada si creano i presupposti affinché le aspettative non vengano deluse. Se viceversa non ci si crede e si spera solamente, state pure sereni: sarà quasi impossibile che i risultati attesi arrivino.

OBIETTIVI: TANTI, RAGGIUNGIBILI E LEGATI

Occorre ragionare allora (anche) in termini temporali più ristretti ponendosi dei sotto traguardi, il raggiungimento dei quali diventa la base, la condizione, ciascuno, di quelli successivi. È un fissare le tappe intermedie in direzione della meta finale. Questo comportamento ha una serie di vantaggi sia sul piano pratico che psicologico. Porsi obiettivi nel breve, medio e lungo termine significa lavorare oggi su elementi concreti e avere sempre chiara la direzione da seguire. Significa adottare comportamenti fattivi, da subito, prendere consapevolezza che lavorare adesso si traduce in un avvicinamento alla meta finale. È un atteggiamento che tiene alta la motivazione ogni giorno perché induce a impegnarsi per ottenere dei risultati immediati. Aiuta soprattutto a imparare e crescere, anche non dovessimo arrivare fino in fondo. Ci porta, e questo è importantissimo, ad acquisire abilità e competenze da mettere in gioco anche in altri campi.

NON PENSATE SOLO A VOI STESSI

Nel calcio se sono giovane e ho talento potrei avere, per esempio come obiettivo principale, quello di ottenere col tempo un ingaggio in una prima squadra professionistica. Dovrò di conseguenza fissare gli step intermedi necessari per aumentare la probabilità di riuscita. Questi saranno pluriennali, annuali, mensili, settimanali e quotidiani. Chiaramente ogni conquista del breve periodo deve essere funzionale al raggiungimento di quelle nel medio le quali a loro volta devono esserlo per quelle del lungo. Un consiglio: confrontatevi col vostro allenatore. Lui, con le sue competenze e esperienza, la conoscenza delle abilità e capacità già acquisite da voi e dai vostri compagni, può aiutarvi a definire il piano di lavoro all’interno della squadra stessa. Negli sport non individuali non possiamo limitarci a fissare i nostri obiettivi senza preoccuparci anche dei nostri compagni. Vi faccio un esempio. Se decido di voler fare, in stagione, 40 reti potrei scivolare verso una ricerca ossessiva del gol perdendo di vista il collettivo, magari un facile passaggio a un compagno meglio posizionato di me. La condizione ottimale degli sport di squadra, assolutamente raggiungibile se c’è una buona programmazione e analisi corretta e coerente dei valori tecnici e umani dello spogliatoio, è quella per cui gli obiettivi del singolo aiutano gli obiettivi del gruppo e viceversa.


febbraio 7, 2019
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Il riscaldamento è un’attività preparatoria che deve precedere ogni sforzo fisico: scopriamo cos’è e a cosa serve.

Quante volte dopo aver svolto un’attività fisica avete sentito un forte dolore o una sensazione di tensione muscolare? Svolgendo un adeguato riscaldamento prima di uno sforzo fisico, potrete preparare nel modo corretto il vostro corpo ed evitare così contratture e dolori muscolari. Il riscaldamento è la fase preparatoria che precede uno sforzo fisico o un’attività sportiva intensa ed ha lo scopo di proteggere tutto il corpo: riscaldando adeguatamente i muscoli, potrete svolgere la vostra attività sportiva, evitando spiacevoli dolori o fastidi durante o dopo l’allenamento o la gara.

 

Perché viene definito riscaldamento?

Il riscaldamento, in inglese “warm-up”, serve letteralmente a innalzare la temperatura corporea di uno o due gradi con finalità benefiche su tutto l’organismo. Principalmente migliora la fluidità del sangue favorendo l’ossigenazione dei muscoli e la loro elasticità al fine di evitare contratture, stiramenti o strappi. Il muscolo “a freddo” rischia di accorciarsi troppo repentinamente in quanto non pronto al gesto da compiere o di allungarsi eccessivamente quando poco riscaldato. Apportare ossigeno ai muscoli vuol dire anche restituire energia spendibile durante l’attività, che si traduce in un miglioramento delle prestazioni, in quanto l’aumento della temperatura favorisce l’irrorazione sanguigna e di conseguenza l’elasticità dei muscoli e dei tendini.

 

Come possiamo praticare un buon riscaldamento?

Non bisogna pensare al riscaldamento come ad una pratica noiosa o statica. Infatti, per riscaldarvi adeguatamente, potrete iniziare con una corsa lenta, che può essere svolta anche sul posto, o una camminata a passo veloce. Dopo avere eseguito una di queste attività, potrete continuare il riscaldamento eseguendo brevi alcuni esercizi più intensi, come scatti e salti sul posto.

 

Alcuni consigli pratici e utili per riscaldarvi come si deve

Seguendo alcuni semplici suggerimenti, potrete trarre enorme vantaggio dal riscaldamento muscolare. Infatti, dovreste considerare che si tratta di un pre-allenamento a sé, che va al di là della semplice preparazione per l’attività fisica: dovrete concentrarvi ed effettuare con attenzione ogni movimento, aumentando l’intensità degli esercizi e/o della corsa, in maniera graduale. Con questa abitudine, vi renderete conto che avrete a che fare con facili movimenti, in grado però di offrire al vostro corpo dei vantaggi sia immediati che nel lungo periodo. Per quanto riguarda i tempi, se siete poco allenati, saranno sufficienti 10-15 minuti di riscaldamento per essere adeguatamente pronti all’attività fisica. Se invece siete già abituati a tutto questo, dovrete dedicare un tempo leggermente superiore per riscaldare in modo corretto tutto il corpo. Infine, se vi state chiedendo chi siano le persone che necessitano del riscaldamento muscolare la risposta è questa: chiunque! Che siate sportivi o pigri, che vi piaccia praticare sport oppure no, il riscaldamento prima dell’allenamento vi conferirà innumerevoli vantaggi per la salute e vi proteggerà da disturbi e problematiche da non sottovalutare.


gennaio 31, 2019
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Una delle ragioni che rende affascinante il mondo dello sport è l’inesauribile offerta e proposta di modelli da imitare ed emulare. Quelli scelti dai ragazzi sono ovviamente i campioni: è a loro che si vorrebbe assomigliare così vengono costantemente imitati: dal gesto tecnico all’acconciatura, dalla maglia alle scarpe e così via. A volte gli idoli di riferimento scelti dai figli non convincono i genitori se non addirittura fanno preoccupare. Ma in queste situazioni è difficile e sostanzialmente inutile provare a contrastare o resistere alla forza influenzante dell’idolo di turno. In questo caso si ha a che fare infatti con una sorta di innamoramento, il bambino si comporta da tale nei riguardi del suo campione – modello. Lo sport, in questo, “mette le ali”, è un fattore incentivante di passione e immaginazione. Sognare di essere un campione, quel campione, è per il giovane un’esperienza bellissima e utilissima, che i genitori devono imparare a rispettare. Non è mai consigliabile svegliare i ragazzi da un bel sogno però occorre essere sempre pronti a intervenire quando l’infatuazione, inevitabilmente, svanisce. Come deve allora regolarsi un genitore?

 

NON CHIUDETEVI IN DIFESA

La prima cosa da fare è non “chiudersi in difesa”, ovvero non limitarsi a subire lasciandosi andare a inopportune gelosie o addirittura gettare la spugna prendendo semplicemente atto della situazione. Se non puoi battere il tuo avversario – dicono gli esperti di strategia – allora cerca di fartelo amico. È importante quindi che papà e mamma si informino, si mostrino competenti in materia e soprattutto sappiano riconoscere e valorizzare gli aspetti positivi di quel campione distinguendoli da quelli più discutibili.  In secondo luogo occorre che i genitori provino a mettersi nei panni dei ragazzi, recuperando dalla memoria e dal cuore modelli e miti di cui loro erano innamorati da giovani, questo li aiuterà a meglio condividere l’esperienza con i figli. Solo così si riesce ad avere la lucidità e la pazienza necessarie per aiutare i bambini a gustare il bello delle emozioni che il loro campione suscita, ma anche avvertirli dei rischi e delle delusioni in cui possono incappare.

CERCATE DI “APRIRE IL GIOCO”

Va sempre tenuto presente che i modelli sportivi non sono tutti uguali pertanto un genitore attento può e deve “allargare e aprire il gioco”. Bisogna svolgere una funzione di orientamento, segnalando al figlio modelli migliori, commentando apertamente pregi e difetti dei campioni che vanno per la maggiore, suggerendo esempi meno famosi ma altrettanto accattivanti.  Infine la cosa più importante è accompagnare il figlio a comprendere che la parte più bella ed entusiasmante che c’è nel vero campione non è nei risultati o nei gesti tecnici – mete irraggiungibili che il bambino può solo invidiare –  ma nel suo modo di affrontare la sfida, comportarsi con l’avversario, confrontarsi con i suoi limiti, gioire per la vittoria, reagire alla sconfitta e gestire l’imprevisto. Tutti aspetti e situazioni che anche il bambino sperimenta e rispetto ai quali necessita di indicazioni e soluzioni.

 

I VALORI DELLO SPORT CHE VALGONO NELLA VITA

Un genitore attento deve trovare il modo di valorizzare, agli occhi del figlio, gli aspetti più importanti dei campioni, mettendo in evidenza l’importanza della tenuta emotiva, della correttezza e della ricerca sempre di fare il meglio che si può.  Il genitore che crede nel valore educativo dello sport propone come modelli i veri vincenti e cioè i fuoriclasse che hanno saputo imparare dalle sconfitte.

 

TRASMETTIAMO I MESSAGGI GIUSTI

Un esempio, a questo proposito, viene da Eric Cantona che in passato è stato certamente un campione ma non sempre un modello positivo. Nel film “Il mio amico Eric” un appassionato tifoso chiede al francese (ricordandogli i suoi gol più spettacolari) quale sia il gesto sportivo del quale è più orgoglioso, il più bello in assoluto. Cantona gli risponde: «Nessuno di questi. Il gesto più bello non è stato un gol ma un passaggio.  Quella volta – continua Eric osservando l’espressione stupita dell’altro – tutti si aspettavano che io tirassi in porta. Invece ho mandato il mio compagno in rete». Il tifoso allora replica… «Ma se il tuo compagno avesse sbagliato…»  e Cantona conclude: «Quando giochi in una squadra ti devi fidare». Imparare a fidarsi vale dunque più di un gol fantastico. Sono messaggi come questi che occorre trasmettere ai ragazzi.


gennaio 24, 2019
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Il mister non è solo colui che insegna tecniche e strategie calcistiche è una figura importantissima, in quanto diventa un vero e proprio esempio per i giocatori, soprattutto quelli più piccoli. 

L’allenatore rappresenta l’esperto, ovvero colui che facilita l’autoconsapevolezza dell’allievo e crea occasioni di apprendimento. Il compito dell’allenatore è dunque quello di trasmettere competenze e conoscenze ma deve essere consapevole che c’è da imparare da ogni persona e da ogni situazione. Questo è sicuramente il primo passo per raggiungere l’eccellenza. È dunque, importante che sappia creare un rapporto con i propri allievi.

Quali sono le caratteristiche che “fanno” un buon allenatore?

Si tratta di aspetti innati e, dunque, presenti dalla nascita oppure di qualità apprese attraverso l’esperienza? È difficile rispondere a questa domanda, poiché è difficile scindere cosa è innato da cosa è appreso. La nostra personalità è in continua interazione con il contesto, tanto che l’innato e l’acquisito diventano tessere di un unico puzzle. Vediamo più nel dettaglio quali sono le caratteristiche che un buon allenatore deve possedere.

  • Esperienze concrete di tipo tecnico e tattico;
  • Preparazione sul piano didattico per comunicare le proprie idee in modo semplice e chiaro;
  • Disponibilità umana di base ed intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere le proprie e le altrui emozioni e sapersi relazionare con esse;
  • Apertura al dialogo e capacità di ammettere i propri errori, che induce al rispetto e alla stima: è fondamentale saper essere autocritici e capire dove sta l’errore, prendendosi le proprie responsabilità;
  • Sicurezza in sé, che aiuta a creare e diffondere la motivazione negli allievi;
  • Ambizione e apertura mentale: è importante sapersi mettere in discussione, accettare visioni differenti dalla propria, mettersi nei panni degli altri e cercare soluzioni alternative dove necessario;
  • Capacità di adattarsi alla continua evoluzione del mestiere, senza rimanere rigidamente ancorati alle precedenti esperienze vissute;
  • Entusiasmo e passione per il proprio lavoro: tutto parte dal cuore e dall’amore per il calcio!

 

 

Le qualità psicologiche che un buon allenatore deve possedere

Un buon allenatore deve possedere anche molte qualità psicologiche da poter utilizzare per il bene dei suoi allievi. Alcune delle più importanti sono:

Locus of control interno

Il locus of control viene definito come la percezione del controllo degli eventi che ognuno possiede e che può essere attribuito a se stessi o a fattori esterni, il primo viene definito interno, il secondo esterno. Un buon allenatore deve possedere un locus of control interno, ovvero deve dimostrare di avere pieno controllo del suo mestiere e della squadra. Deve mostrare conoscenze e strategie che consentano di affrontare al meglio le situazioni ed i problemi, raggiungendo gli obiettivi prefissati e credendo nelle proprie capacità.

Assertività

Ovvero la capacità di esprimere i propri sentimenti ed emozioni in modo chiaro, di saper scegliere come comportarsi in un determinato momento/contesto. Poter difendere i propri diritti, ed esprimere serenamente un’opinione anche se in disaccordo con gli altri e portare avanti le proprie idee con convinzione, rispettando al contempo quelle altrui.

Competenze comunicative

Fondamentali per permettere alle proprie idee di arrivare agli altri e di essere da loro comprese.

Empatia

Ovvero la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, riconoscendo le emozioni in gioco. La qualità della relazione si basa su un ascolto non valutativo e si concentra nella comprensione dei sentimenti e dei bisogni fondamentali dell’altro.

Capacità di problem solving

È la capacità di risolvere problemi, analizzare dati percettivi provenienti dall’ambiente e mettere in atto strategie per superare le difficoltà e raggiungere gli obiettivi prefissati.

 

Allenare non è, dunque, un compito semplice! Occorre che il tecnico sia in grado di miscelare qualità tecniche, tattiche, comunicative, educative e psicologiche per fare al meglio il suo lavoro. Gli allenatori devono conoscere gli atleti che hanno davanti, i loro punti di forza ed i loro limiti, non solo a livello calcistico, ma soprattutto a livello caratteriale e psicologico, e procedere con criteri differenziati di allenamento in funzione di ogni singolo atleta.


gennaio 17, 2019
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Cinque motivi per i quali spesso una buona occasione da rete non si tramuta in gol: ecco alcuni consigli per evitare errori e migliorare le proprie prestazioni. 

 

NON CERCARE LA PORTA CON IL PRIMO CONTROLLO

Spesso gli attaccanti hanno la possibilità di orientare il primo controllo verso la porta e non lo fanno perdendo un prezioso vantaggio.

  • Consiglio: Allenarsi a cercare la porta immediatamente. Tirare al primo tocco è una strategia che, tra l’altro, mette spesso in affanno le difese.

TOCCARE LA PALLA UNA VOLTA DI TROPPO

In leggero vantaggio rispetto all’avversario e al momento della conclusione in porta l’attaccante (o per scarso equilibrio o per ricerca di una sistemazione ottimale del pallone) cede spesso alla tentazione di volersi sistemare meglio la sfera, concedendo chi difende di rientrare in gioco.

  • Consiglio: Esercitarsi ad attaccare palla e tirare immediatamente oppure effettuare uno “sposto e tiro” senza indugiare sugli appoggi.

ATTACCARE GLI SPAZI IN RITARDO

Soprattutto sui cross, le punte spesso aspettano di vedere dove va la palla per poi cercare di deviarla in rete: è troppo tardi! L’attaccante di razza vive nel futuro, immagina un attimo prima dove dovrà andare, anticipando così il difensore.

  • Consiglio: Compiere contro movimenti di smarcamento e attaccare decisi uno spazio, prima senza avversario e poi con la addosso la marcatura.

MANDARE FUORI TEMPO L’ATTACCANTE

Molte volte con un solo tocco si può “mandare in porta” l’attaccante (è una specialità, per esempio di Francesco Totti). Pochi giocatori sono pronti a giocare la palla di prima e basta un controllo di troppo per non avere più la possibilità di effettuare la giocata… “letale”.

  • Consiglio: Allenarsi, qualunque sia il ruolo in cui si gioca, a ricevere la palla con il corpo nella posizione giusta per poter giocare di prima. In questo modo, al momento della ricezione del pallone, i calciatori avranno una più ampia gamma di scelte.

CHIEDERE LA DISTANZA DELLA BARRIERA CON ECCESSIVA FRETTA

Quando c’è una punizione a favore al limite dell’area spesso i giocatori meno esperti richiedono frettolosamente la distanza all’arbitro. Facendo così si precludono a priori altre soluzioni senza avere valutato se fossero possibili. Battendo velocemente, per esempio, potrebbero sorprendere un avversario lento a organizzarsi.

  • Consiglio: Abituarsi ad avere tre giocatori in tre in zona palla al momento di battere ogni posizione. Questo potrebbe consentire di sfruttare a sorpresa e velocemente un’eventuale superiorità numerica che si venisse a creare.