Blog - Polisportiva Locubia

agosto 3, 2018
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La sabbia di mare può fornire benefici che possono migliorare la nostra performance sportiva, è un dato di fatto. Quello che vi spiegherò non è solo frutto della mia professione, ma anche il risultato di esperienze vissute in prima persona. Prima di diventare podologo, sono stato un giocatore professionista di beach volley, detengo il record di scudetti vinti e sono stato decine di volte protagonista di gare di livello internazionale con la nazionale italiana: potete fidarvi di me. La sabbia, in natura, può presentarsi con diverse consistenze. La possiamo classificare in base alla sua densità o friabilità. Quella vicino al mare, la battigia per intenderci, possiamo definirla “dura”, poi c’è quella profonda, tipica di alcune spiagge libere. È quella che, mentre ci camminiamo, fa sprofondare completamente i nostri piedi ricoprendoli quasi fino alla caviglia, sabbia che classificheremo come “morbida”. Quella ideale per allenare i nostri piedi è di tipo intermedio, soffice a metà fra le due tipologie appena descritte. La maggior parte degli esercizi di potenziamento, resistenza e prevenzione devono essere svolti su questo tipo di rena. Se optassimo per quella morbidissima, infatti, obbligherebbe le articolazioni a compiere delle escursioni (ROM, range of motion) eccessive causa di molte patologie. Quella dura sarebbe deleteria per i nostri tendini e nella maggior parte è posta su un piano inclinato, in base a come l’acqua del mare la modella.

 

I BENEFICI

Lo stimolo della “propriocezione”, di cui abbiamo parlato nel primo articolo, è sicuramente il primo beneficio che riceviamo da questo tipo di allenamento. Non solo l’instabilità della superficie ci permettere di stimolare il nostro sistema tonico posturale, ma stare a contatto con la sabbia a piedi nudi aumenta la percezione che abbiamo delle nostre estremità. L’insieme di minuscoli granuli crea una specie di plantare a contatto totale che durante ogni passo consente alla muscolatura podalica di lavorare a 360° cosa che difficilmente avviene con l’utilizzo delle normali calzature. Su questa superficie atipica, gli esercizi potrebbero sembrare finalizzati esclusivamente a un lavoro eccentrico, mentre la sabbia è utilissima anche per gli allenamenti di forza e per il recupero degli infortuni… “costituisce un vero e proprio dissipatore di energia” (Bisciotti 2002). La sua morbidezza (minor stress muscolo-tendineo, minor traumaticità per i tessuti e per le strutture) consente di far svolgere l’intero allenamento anche ai giocatori che presentano patologie tendinee che lo sconsiglierebbero su altre superfici. La sabbia è inoltre la superficie ideale sia per la prevenzione primaria (sugli infortuni da sovraccarico funzionale) sia per quella secondaria (per quei giocatori che hanno già patologie, ma che non si sono ancora manifestate). Per finire tenete conto che correre o saltare su questa superficie richiede un dispendio energetico e muscolare molto maggiore rispetto al campo di gioco, andare al mare rappresenta dunque una circostanza ideale per allenare correttamente i nostri piedi ma anche il tono muscolare.

 

GLI ESERCIZI

Calcolate distanze di percorrenza di circa 20 metri e tre ripetizioni per esercizio. Per tempi di lavoro e di recupero vi consiglio di affidarvi a un preparatore atletico che personalizzerà per ciascuno di voi la sequenza e la durata degli esercizi. La distinzione principale su che tipologia di esercizio si desidera effettuare dipende da cosa vogliamo allenare maggiormente, la forza resistente oppure quella dinamica. Nel video di apertura trovate gli esercizi base e più importanti da eseguire. Altre proposte allenanti sono: gli sprint a navetta, gli affondi monopodalici, oltre a esercizi di tecnica analitica da eseguire con la palla.

 


agosto 3, 2018
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La sabbia di mare può fornire benefici che possono migliorare la nostra performance sportiva, è un dato di fatto. Quello che vi spiegherò non è solo frutto della mia professione, ma anche il risultato di esperienze vissute in prima persona. Prima di diventare podologo, sono stato un giocatore professionista di beach volley, detengo il record di scudetti vinti e sono stato decine di volte protagonista di gare di livello internazionale con la nazionale italiana: potete fidarvi di me. La sabbia, in natura, può presentarsi con diverse consistenze. La possiamo classificare in base alla sua densità o friabilità. Quella vicino al mare, la battigia per intenderci, possiamo definirla “dura”, poi c’è quella profonda, tipica di alcune spiagge libere. È quella che, mentre ci camminiamo, fa sprofondare completamente i nostri piedi ricoprendoli quasi fino alla caviglia, sabbia che classificheremo come “morbida”. Quella ideale per allenare i nostri piedi è di tipo intermedio, soffice a metà fra le due tipologie appena descritte. La maggior parte degli esercizi di potenziamento, resistenza e prevenzione devono essere svolti su questo tipo di rena. Se optassimo per quella morbidissima, infatti, obbligherebbe le articolazioni a compiere delle escursioni (ROM, range of motion) eccessive causa di molte patologie. Quella dura sarebbe deleteria per i nostri tendini e nella maggior parte è posta su un piano inclinato, in base a come l’acqua del mare la modella.

 

I BENEFICI

Lo stimolo della “propriocezione”, di cui abbiamo parlato nel primo articolo, è sicuramente il primo beneficio che riceviamo da questo tipo di allenamento. Non solo l’instabilità della superficie ci permettere di stimolare il nostro sistema tonico posturale, ma stare a contatto con la sabbia a piedi nudi aumenta la percezione che abbiamo delle nostre estremità. L’insieme di minuscoli granuli crea una specie di plantare a contatto totale che durante ogni passo consente alla muscolatura podalica di lavorare a 360° cosa che difficilmente avviene con l’utilizzo delle normali calzature. Su questa superficie atipica, gli esercizi potrebbero sembrare finalizzati esclusivamente a un lavoro eccentrico, mentre la sabbia è utilissima anche per gli allenamenti di forza e per il recupero degli infortuni… “costituisce un vero e proprio dissipatore di energia” (Bisciotti 2002). La sua morbidezza (minor stress muscolo-tendineo, minor traumaticità per i tessuti e per le strutture) consente di far svolgere l’intero allenamento anche ai giocatori che presentano patologie tendinee che lo sconsiglierebbero su altre superfici. La sabbia è inoltre la superficie ideale sia per la prevenzione primaria (sugli infortuni da sovraccarico funzionale) sia per quella secondaria (per quei giocatori che hanno già patologie, ma che non si sono ancora manifestate). Per finire tenete conto che correre o saltare su questa superficie richiede un dispendio energetico e muscolare molto maggiore rispetto al campo di gioco, andare al mare rappresenta dunque una circostanza ideale per allenare correttamente i nostri piedi ma anche il tono muscolare.

 

GLI ESERCIZI

Calcolate distanze di percorrenza di circa 20 metri e tre ripetizioni per esercizio. Per tempi di lavoro e di recupero vi consiglio di affidarvi a un preparatore atletico che personalizzerà per ciascuno di voi la sequenza e la durata degli esercizi. La distinzione principale su che tipologia di esercizio si desidera effettuare dipende da cosa vogliamo allenare maggiormente, la forza resistente oppure quella dinamica. Nel video di apertura trovate gli esercizi base e più importanti da eseguire. Altre proposte allenanti sono: gli sprint a navetta, gli affondi monopodalici, oltre a esercizi di tecnica analitica da eseguire con la palla.

 


luglio 27, 2018
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Il ritiro precampionato è un momento sacro e iconico per il calcio. Nell’immaginario collettivo, la preparazione estiva è piena di immagini rustiche, quasi poetiche: corse nei boschi, calciatori a rinfrescare i muscoli nel ruscello. Salite, ripetute e discese sui sentieri, torsi nudi e volti tirati dal sudore.

 

Il luogo

Molte squadre di calcio, ancora oggi, preparano la loro stagione in località di montagna.  È innanzitutto una questione di clima e logistica. Al contrario di quanto si credeva in passato, la montagna non viene scelta dalle società in quanto luogo in cui la diversa ossigenazione permette o innesca particolari meccanismi fisici nei calciatori. La scelta ricade piuttosto sulle località di montagna perché esse offrono temperature perfette per poter riposare bene la sera e allenarsi il giorno dopo con un clima caldo ma non eccessivamente umido. La qualità dell’aria, poi, fa il resto. Tutto, però, dipende dagli obiettivi posti dalla società e dalle contingenze.

 

La durata

L’ideale sarebbe concentrare il lavoro pre-agonistico in sei settimane, propedeutiche alla preparazione di altrettante amichevoli con avversari sempre più forti. Una doppia scelta che permetterebbe ai calciatori di mettere insieme il lavoro specifico in allenamento e il minutaggio giusto per avvicinarsi alla stagione. Tutto, ovviamente, può cambiare se la squadra è impegnata in competizioni ufficiali, ad esempio preliminari di coppe europee o nazionali. In ogni caso, per i calciatori non è facile ritrovare subito la condizione, ecco perché è importante distribuire i carichi di lavoro sul maggior numero possibile di giorni e sedute.

 

Cosa si fa in ritiro

La fase pre-agonistica è essenzialmente una fase preparazione, dunque, secondo il significato etimologico del termine, un’attività volta ad acquisire o a far acquisire le cognizioni o l’addestramento necessarî in vista di una prova. Va vista e pensata e vissuta così, non come accumulo di allenamento ed energie in vista della stagione che verrà. La narrazione del ritiro precampionato come “deposito di forza” è sbagliata in partenza: pensare di aumentare l’intensità durante l’estate per potersene giovare durante l’inverno, magari diminuendo gli allenamenti, è un grave errore. Il lavoro di luglio va visto come un momento di ingresso importante, da riempire con i contenuti giusti. I vanno ridistribuiti con attenzione durante la stagione, quello che deve caratterizzare questa prima fase è la personalizzazione.

Lo staff tecnico ha il compito di far sì che ogni atleta possa svolgere un lavoro basato sui propri parametri fisici e tecnici e sul proprio storico degli infortuni. Tutto deve essere calcolato, l’integrazione tra lavoro tecnico-tattico e atletico deve avvenire nel pieno rispetto del fisico del calciatore. Ecco perché oggi uno staff di preparazione atletica si compone di un responsabile e di molte figure di supporto, fondamentali per la divisione dei compiti e per monitorare tutti i dati. Il futuro si baserà anche sull’utilizzo di nuovi strumenti tecnologici, anzi abbiamo già iniziato: i rilevatori Gps che indossano i giocatori sono fondamentali per capire velocità e intensità del lavoro, parametri importanti per costruire il giusto programma di recupero, allenamento o potenziamento per ogni giocatore.

 

 


luglio 20, 2018
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“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Di unire la gente. Parla una lingua che tutti capiscono. Lo sport può creare la speranza laddove prima c’era solo disperazione”: una specie di testamento spirituale di un autentico paladino dei valori autentici dello sport.

Perché Nelson Mandela è stato, fra mille cose, anche uno sportivo e un amante dello sport. Soprattutto è stato il politico, il visionario che ha capito, meglio di tutti, che “lo sport può cambiare il mondo”, come recita una delle sue frasi più famose. Madiba però non si è limitato alle parole: le ha rese vive, ha davvero trasformato il mondo in un giorno di giugno del 1995, usando una palla ovale e il jersey degli Springboks con il numero 6 sulla schiena.

Da giovane lo sport che amava era la boxe: «Amo la scienza del pugilato – ha scritto Mandela stesso – la strategia di attaccare e indietreggiare allo stesso tempo. La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla. Ma più che il combattimento, a me piace l’allenamento regolare e costante, l’esercizio fisico che la mattina dopo ti fa sentire fresco e rinvigorito».

E anche nei 28 anni di carcere passato a Robben Island, dove lottò anche per metter in piedi una squadra di calcetto fra prigionieri (la Macana Football association, nella quale però a lui, detenuto in isolamento, non era permesso di giocare) la boxe lo aiutava a manetenersi in forma. «La boxe è un modo per perdermi in qualcosa di diverso dalla lotta politica» ha ricordato nel suo libro “Conversazioni con me stesso”. I grandi campioni hanno ricambiato il suo amore. Sugar Ray Leonard gli ha donato una cintura mondiale, Muhammed Ali ha voluto posare con lui, e quando ad una cena di gala a New York Mandela puntò il dito verso Joe Frazier dicendogli «tu eri il mio idolo quando ero in prigione», il grande Smoking Joe si commosse e gli appoggiò la testa sulla spalla come un bambino. Del resto il carisma di Mandela trafisse anche John McEnroe, che dopo aver letto una frase di Madiba piena di ammirazione per il suo gioco, montò su un aereo per il Sud Africa e dichiarò «adesso so che la mia vita non è stata inutile».

Il calcio è stato un altro degli sport dell’uomo dei miracoli, che proprio in occasione dei Mondiali del 2010 (che aveva tanto voluto in prima persona) fece la sua ultima apparizione pubblica, un giro di campo su un caddy, in braccio la Coppa del Mondo. Ma già al 1994, quattro anni dopo la sua liberazione, era iniziata la leggenda del “Madiba Magic”, l’influsso vincente di Mandela sulla nazionale sudafricana dopo una sua apparizione allo stadio che – si narra – propiziò i due gol segnati nel secondo tempo e che valsero la vittoria dei bafana bafana sullo Zambia.

Ma è indubbiamente il rugby lo sport legato con un cordone rosso alle vicende di Mandela, al Sud Africa e a una trasformazione epocale che lasciato il segno sulla storia come pochi altri venti nel secondo Novecento. L’immagine che fece il giro del mondo era già allora un fotogramma, un pezzo di vita che impressiona la mente e mette in moto la storia: il piccolo padre nero che sorride al grande figlio bianco, mano nella mano, occhi negli occhi. Con lo stesso jersey verde addosso, il numero 6 sulle spalle. Anche il dialogo era già scritto: “Grazie per quello che avete fatto per il Sud Africa”. “Presidente, è niente rispetto a quello che ha fatto lei per il Sud Africa”. Ellis Park, Johannesburg, 25 giugno 1995. Forse la più bella avventura dello sport nel XX secolo.

Francois, il lato biondo della favola, era nato e cresciuto a Vereeniging, città industriale a sud di Johannesburg. Nel 1960 nella township nera di Sharpeville, alle porte di Veereniging, la polizia uccise 69 dimostranti neri. «Ma noi eravamo una tipica e famiglia di lavoratori afrikaans”, racconta Pienaar. “Non parlavamo mai di politica e credevamo al 100 per cento alla propaganda».

Mandela nel ’94 era stato appena eletto presidente del Sud Africa. Veniva da 27 anni di prigionia, voleva finire il lavoro di una vita. Nel 1990, alla parata per la sua liberazione, dopo un lungo tormento, si era palesato Morne Du Plessis, l’ex capitano e allora manager degli Springboks. Un mito afrikaans. Mandela, come i neri lungimiranti che quel giorno di quattro anni prima aveva difeso l’immenso e imbarazzato omone bianco da un nero ubriaco che voleva cacciarlo dal party, capì che il rugby, lo sport bianco e sporco di vergogna che era appena uscito dal bando internazionale, poteva diventare uno strumento fenomenale.

Durante la segregazione, ai match degli Springboks, un settore dello stadio era comunque riservato ai neri. Che lo stipavano per tifare per la squadra avversaria. Mettere insieme palla ovale e orgoglio nero pareva una impresa assurda, prima ancora che disperata. Ma “Madiba” lottò, e riuscì ad ottenere l’organizzazione dei Mondiali del ’95.

Un giorno di giugno del 1994, poi, invitò Pienaar a prendere un tè con lui all’Union Building. Il capitano fu accolto dall’altissima, severissima segretaria nera di Mandela, Mary Mxadana. «Ero tesissimo. Che cosa devo dirgli?, mi chiedevo. Poi Mxadana mi fece entrare nell’enorme sala vuota dove Madiba mi aspettava, lui si alzò sorridente e mi venne incontro: ‘Ah! Francois, sei stato gentilissimo a venire! Vuoi un po’ di latte nel tè?’ Si congratulò con me per la vittoria con l’Inghilterra, ci mettemmo a parlare. Dopo cinque minuti il mio umore era del tutto cambiato. Non è solo amichevole, Madiba. E’ che con lui ti senti al sicuro». Pienaar uscì dall’ufficio con un amico in più, che gli aveva consegnato un messaggio: «sentitevi fieri della maglia degli Springbok, perché io lo sono. E vincete il Mondiale». Il Presidente continuò a chiamare il Capitano per tutto l’anno successivo, informandosi, incoraggiando la squadra: «piccole cose – spiega Pienaar – ma che per noi furono fondamentali». Riuscì, insieme a Du Plessis, anche a convincere gli Springboks (be’, qualcuno degli Spingboks…) a imparare a memoria Nikosi Sikelele, il nuovo inno in lingua Xhosa, e a cantarlo. I Bok non erano i favoriti del mondiale, nemmeno quando arrivarono in finale contro gli All Blacks.

«Io quel giorno commentavo la partita per la radio”, ha raccontato Nick Mallet, l’ex ct sudafricano dell’Italia. «E per la prima volta vidi sudafricani di tutti i colori e le religioni tifare insieme. All’inizio l’appello di Mandela a tifare per gli ‘amabokoboko’ non era stato preso bene dalla gente di colore. Ma quella partita per noi sudafricani oggi continua a significare molto più di una finale vinta. Perché significò arrivare tutti insieme ad un momento, magari breve, ma intensissimo, di unità nazionale». Il potentissimo all black Jonah Lomu fu fermato, Pienaar giganteggiò in difesa, il piede di Joel Stransky piazzò 15 punti, compreso il drop nei tempi supplementari: 15-12 per gli Springboks. «Oggi ha sentito tutti i 63.000 dello stadio tifare per voi?», chiesero dopo il fischio finale a Pienaar. «No, oggi ho sentito 42 milioni di sudafricani tifare per noi». Poi la stretta di mano, la foto destinata a fermare il tempo.

Quel giorno, Mandela rilasciò una lunga intervista sottolineando come l’eredità di un Campione sportivo sia quella di lasciare un mondo dove le regole del gioco sono uguali per tutti, e il comportamento è guidato dal fair play e dalla grande sportività. Tale eredità però è anche un qualcosa che oggi ci viene donata dallo stesso Madiba. Un qualcosa che deve essere tutelato e custodito gelosamente da tutti gli amanti dello sport, del vero sport.

Perché Nelson Mandela è stato un uomo di Sport, con la S maiuscola.

Un grande Campione, un Campione Mai Vinto, Invictus.

Il più grande di tutti.

 


luglio 13, 2018
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Che tu sia un calciatore professionista o un amante del beach soccer, la protezione dai raggi solari non dev’essere mai trascurata: ecco i nostri consigli per fare attività sportiva sotto il sole in salute.

 

EVITA LE ORE PIU’ CALDE

La regola principale è quella di non esporsi ai raggi del sole nelle ore più calde della giornata quando sono più nocivi per la nostra pelle: tra le 11 e le 15, l’irradiazione UV raggiunge il suo picco, motivo per cui nei mesi estivi è preferibile praticare attività fisica di buon mattino, il tardo pomeriggio o nelle ore serali dopo il tramonto.

 

MAI SENZA CREMA SOLARE

L’impiego di prodotti per la protezione contro il sole continua a essere il metodo più efficace per tenere a bada le nocive irradiazioni ultraviolette, evitando anche pericolose scottature. Scegli una crema con un elevato fattore UV e spalmala abbondantemente prima di dedicarti al tuo sport preferito: a rischio sono soprattutto orecchie, naso, collo, spalle e dorso del piede, che pertanto dovrebbero essere cosparsi di crema circa 30 minuti prima dell’allenamento.

Se ami giocare in riva al mare o ti trattieni a lungo in spiaggia, devi adottare ancora maggiori cautele: l’acqua e la sabbia riflettono, infatti, i raggi del sole e ne intensificano l’effetto sulla pelle. Per questo, è bene applicare la crema più volte. Tieni inoltre presente che, praticando sport, la sudorazione potrebbe annullare l’effetto della pomata.

Anche nella scelta della crema solare, è bene prestare attenzione al fattore protettivo: più questo è elevato, meglio è. Se pratichi sport all’aria aperta, punta almeno su un fattore di 30. Infine, controlla sempre che la protezione UV-A sia adeguata, per offrire una tutela completa della tua pelle.

 

MEGLIO LE MAGLIETTE SCURE

Altrettanto importante è proteggere la pelle attraverso barriere fisiche, come maglietta, berretto ed occhiali da sole adeguati: al contrario delle creme, la capacità degli indumenti di bloccare i raggi ultravioletti non diminuisce con il passare delle ore, anche se dipende da diversi fattori come il colore, la fibra e l’umidità. Un tessuto asciutto, scuro, in fibre sintetiche riesce a proteggere dagli ultravioletti maggiormente rispetto ad un indumento chiaro e bagnato. In commercio si trovano tessuti tecnici con alti fattori di protezione (UFP), come il poliestere, che possono essere utilizzati per proteggersi.

 

PROTEZIONE ANCHE A TAVOLA

Oltre agli accorgimenti appena elencati, esiste un’ulteriore difesa che è proprio la natura ad offrirci: parliamo dei polifenoli, preziose sostanze definite “Super Food” perché, oltre ad esser componenti del cibo, offrono peculiari benefici per la salute dell’organismo.

I polifenoli rappresentano il sistema immunitario dei vegetali. Gli alimenti come verdura, frutta, spezie ne contengono in elevata concentrazione e sono spesso amari e dal colore vivace. E’ il caso per esempio dei pomodorini, delle piccole bacche come i mirtilli e i frutti di bosco. L’amarezza permette loro di difendersi dall’attacco di animali erbivori: il colore invece rappresenta la difesa dai raggi UV.

Quando tali sostanze sono assunte dall’uomo attraverso la dieta o sono integrati in forma concentrata e purificata, mettono in atto il medesimo potenziale difensivo. Per questo in piena estate un’alimentazione ricca in polifenoli da verdura (es. pomodorini, melanzane, peperoni), frutta (es. frutti di bosco, bacche, fragole, ciliegie), spezie (es. curcuma, curry) e quando carente o in caso di aumentato fabbisogno da integrazione di polifenoli in forma concentrata e purificata, può rivelarsi una preziosa difesa per la salute della cute, utile anche a rallentare il suo fisiologico invecchiamento. Non è tutto: numerosi studi dimostrano un beneficio dei polifenoli nel miglioramento della performance di endurance ed una riduzione del rischio di infortunio.


luglio 6, 2018
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Nonostante il caldo estivo, proseguono a gonfie vele i lavori di preparazione in vista della nuova stagione della scuola calcio, che ancora una volta sarà il fiore all’occhiello della Polisportiva Locubia.

“Come ogni anno stiamo lavorando duramente”, commentano i responsabili della scuola calcio, “per garantire un servizio ottimale ai nostri bambini. Ci saranno alcune novità e tanti volti nuovi ma rimarrà un fondamentale punto fermo: la qualità del lavoro degli istruttori della nostra scuola calcio. In linea con quelli che sono sempre stati i principi fondamentali della società, anche per la prossima stagione l’obiettivo sarà quello di portare qualità non solo a livello di allenamento e tecnica, ma anche dal punto di vista della coordinazione, d’impostazione posturale e dell’atteggiamento comportamentale. Proprio per questo, stiamo organizzando già da ora gli allenamenti di tutte le categorie, secondo gli orari settimanali che verranno comunicati per tempo. Prima di allora, però, sono in programma molte altre attività”.

Si partirà con una serie di Open Days, in programma già nel mese di Luglio, durante i quali sarà possibile conoscere tutti gli istruttori e iniziare a socializzare con i compagni vecchi e nuovi. A queste giornate potranno infatti partecipare non solo gli iscritti ma anche tutti quei bambini che volessero conoscere il mondo della Polisportiva Locubia, per trascorrere insieme a noi alcune ore e valutare un’eventuale iscrizione.

Tutte le sedute di allenamento si volgeranno presso l’impianto sportivo “24 Maggio 1999” in Via Quintino di Vona (quartiere Sant’Eustachio, Salerno) sotto la direzione dello staff tecnico della Polisportiva Locubia. A guidare i piccoli calciatori saranno gli allenatori Pierdavide Panariello (Laurea in Scienze delle Attività Motorie e Sportive, Diploma Allenatore di base FIGC UEFA B, Istruttore CONI-FIGC, Operatore tecnico di ginnastica posturale in ambito sportivo CON), Vincenzo Nobile (Istruttore CONI-FIGC), Ciro Maddaloni (Istruttore CONI-FIGC) ed Enzo Marigliano (Diploma Allenatore di base UEFA B, Istruttore CONI-FIGC).

Di seguito il calendario degli Open Days in programma nel mese di Luglio:

🕧 Lunedì 9 Luglio, ore 17.30 per i nati dal 2011 al 2014

🕑 Martedì 10 Luglio, ore 17.30 per i nati dal 2008 al 2009

🕜 Mercoledì 11 Luglio, ore 17.30 per i nati dal 2004 al 2006

Ti aspettiamo per giocare e divertirci insieme!

 


giugno 29, 2018
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Durante l’estate, gli appassionati del calcio, che vivono o si recano al mare per le vacanze, raramente potranno lasciarsi sfuggire l’occasione di far rimbalzare l’amata sfera sulle calde dune di sabbia. Che siano semplici palleggi, partitelle con le ciabatte come pali, o vere e proprie sfide su campi da beach soccer, gli atleti della spiaggia si troveranno a dover svestire scarpini e calzettoni per lasciare i propri piedi nudi a tu per tu con il pallone: scopriamo di più su questa variante (non solo estiva) del nostro sport preferito!

 

Le caratteristiche del Beach Soccer: tecnica e resistenza fisica

Differentemente dalla superfici di gioco piane e dure, come l’erba, la terra o il parquet, la sabbia è mobile e instabile. La corsa e il salto richiedono un maggiore sforzo fisico e un elevato dispendio di energie: l’accumulo di acido lattico è elevato. A livello agonistico i giocatori stanno in campo per 2-3 minuti, quindi escono e recuperano, tanto che il quintetto titolare non gioca per tutto il tempo. Il pallone da Beach Soccer è stato inoltre progettato per essere più leggero di quello da Calcio a 11 o Calcio a 5, in modo da consentire all’atleta di alzarlo più facilmente, compiere acrobazie e colpi ad effetto. Un buon giocatore dovrebbe quindi disporre di un’ottima tecnica individuale, oltre alla già citata resistenza fisica.

 

Il portiere

Benché per dimensioni le porte siano simili a quelle del Calcio a 5, nel Beach Soccer il portiere non deve soltanto essere abile nella copertura dello specchio della porta, ma deve soprattutto essere scattante e reattivo, a causa dell’imprevedibilità dei rimbalzi del pallone sulla sabbia che possono cambiare o rendere irregolari le traiettorie.

 

Gli infortuni più frequenti

L’instabilità della superficie può procurare distorsioni delle caviglie e, più raramente, delle articolazioni delle ginocchia. I cambi di direzione e i movimenti improvvisi imposti dai rimbalzi casuali del pallone sollecitano molto la muscolatura delle gambe, specialmente gli adduttori che andrebbero preventivamente ben riscaldati. Soprattutto a livello amatoriale, per mancanza di tecnica, può capitare di colpire il pallone in modo errato, con la punta del piede, provocandosi problematiche alla dita o l’insaccamento dell’alluce. Frequenti sono anche colpi a stinchi, caviglie o piedi.

 

Idratazione e alimentazione

Giocando al caldo e sulla sabbia, l’idratazione è fondamentale. Bisognerebbe bere spesso, in piccole dosi e piccoli sorsi, possibilmente integrando con sali minerali. E’ importante anche curare l’alimentazione con pasti leggeri: verdure crude, pasta in bianco, prosciutto o grana. Sarebbe invece opportuno evitare la carne o i sughi pesanti, perché spesso si gioca ad alte temperature ed il caldo rallenta la digestione.

 

La sabbia e le magliette

Benché, a livello agonistico, i piedi degli atleti tendano a sviluppare una superficie più resistente e meno sofferente al calore, la sabbia dei campi di Beach Soccer solitamente viene bagnata. Le magliette invece non sono indossate soltanto per caratterizzare le squadre, ma anche per proteggere il corpo sudato da eventuali colpi di vento, e scongiurare problematiche respiratorie, di raffreddamento o il cosiddetto “colpo della strega”.

 

I bagni post-gara

Una pratica diffusa a livello amatoriale è poi quella di buttarsi in acqua a fine partita per lavare via il sudore. E’ una pratica scorretta. Prima di tuffarsi bisognerebbe aspettare il graduale raffreddamento del corpo, che durante la performance sportiva è di circa 37,5 – 37,7 gradi.

Specialmente in caso di acqua fredda, per evitare raffreddamenti repentini che possono portare a svenimenti, sarebbe opportuno entrare in acqua progressivamente, evitando la classica corsa con tuffo tra le onde.

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giugno 22, 2018
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La manutenzione dei guanti da portiere è un aspetto cui non viene data sempre molta attenzione da chi gioca in porta: un errore di valutazione che può costare carissimo, perché un paio di guanti sporco tende a rovinarsi più facilmente e rende meno di quanto dovrebbe.

Possiamo darti 10 consigli che potrebbero tornare utili per tenere i guanti in forma, evitando di ritrovarseli sporchi, puzzolenti e rovinati più rapidamente di quanto prima o poi dovrà comunque accadere.

 

  1. Scegli il paio di guanti con il lattice più adatto al campo dove giocherai più spesso.

Acquistare guanti con lattice molto morbido incide se si gioca su campi in terra o comunque molto duri. Le possibilità di una rapida abrasione sono concrete. E il lattice meno compatto assorbe più facilmente polvere e altro.

  1. Inumidiscili prima di usarli per ammorbidire il lattice e rimuovere lo sporco presente.

Cerca di non arrivare al campo pochi secondi prima di giocare. Nello spogliatoio vai a dare una rapida sciacquata ai guanti di 3-5 secondi prima di cambiarti o comunque qualche minuto prima di iniziare l’attività. Che vantaggi ottieni? Riattivi il lattice che, leggermente bagnato, renderà sicuramente meglio che da asciutto.

  1. Cerca di togliere la polvere e/o la terra, mentre li usi o rischierai di consumare più velocemente il lattice.

Siamo in campo e dopo un po’ i guanti iniziano a sporcarsi e il lattice perde la maggiore elasticità data dalla sciacquata sotto la doccia. Cosa fare? La soluzione migliore consiste nel portarti una bottiglia con dell’acqua e una piccola asciugamano. Quanto credi sia necessario, bagna il tessuto e poi usalo per pulire i guanti. In casi estremi, versa del liquido direttamente sul guanto. Non esagerare, altrimenti rischi di impregnarli troppo.

  1. Dai una prima pulita appena esci dal campo. Polvere e terra rischiano di rovinare il lattice anche quando non sono utilizzati.

Una volta finita la partita o l’allenamento, i tuoi guanti potrebbero essere più o meno pieni di polvere, terra, erba o chissà cosa. Con calma, passali sotto un rubinetto o portateli nella doccia. E’ importante che non far seccare tutto ciò che è attaccato sul lattice, perché poi diverrebbe più difficile da togliere.

  1. Lavali bene per eliminare in profondità lo sporco e rivitalizzare il lattice.

Sì, li avete mantenuti umidi in campo e sciacquati nello spogliatoio. Purtroppo non basta. Un lavaggio approfondito, muniti di bacinella e detergente (se non specifico, un detersivo per capi delicati) è la cosa migliore che possiate fare. Non siete obbligati a farlo ogni volta, ma periodicamente (seguite sempre il vostro intuito) è un obbligo.

  1. Evita di metterli in lavatrice. Potresti rovinarli per sempre.

Nulla vieta di buttarli in lavatrice assieme a tutto il resto della tua attrezzatura, ma dovrai assumertene le responsabilità: apparentemente, dopo il lavaggio li vedrete pulitissimi, ma i danni li avvertirete con il tempo. Se, invece, siete molto sfortunati, vi ritroverete con un bel paio di guanti puliti e mai più utilizzabili. Potrebbe anche non accadere nulla, ma perché rischiare?

  1. Falli asciugare lontano da fonti dirette di calore, che sia il sole, un termosifone, un forno, un phon o il cratere attivo di un vulcano. Il lattice rischia di seccarsi.

Lavati, ma bagnati. Ora bisogna farli asciugare. La tentazione di farlo rapidamente è forte, ma il rischio di seccarli è sempre alto. Evita di esporli troppo a luce e calore. Nella vasca, in un lavandino, in una bacinella. Ci sono tanti posti dove metterli, purché sia all’ombra. Non c’è bisogno di metterli in un bunker buio sotterraneo.

  1. Conservali senza riporli palmo su palmo. C’è il rischio che il lattice si unisca e si rovini nel cercare di dividerli.

Quante volte abbiamo visto guanti abbandonati palmo su palmo. Percepiamo sempre il dolore e il sangue freddo di chi deve scollarli. Quasi sempre, soprattutto quando non sono più nuovissimi, accade che qualche pezzo di lattice decida di cambiare guanto.

  1. Continua a curarli anche quando iniziano a invecchiare.

Si sa, ciò che è nuovo viene curato quasi maniacalmente mentre spesso ciò che è vecchio viene trattato male. Per i guanti da portiere, questo modo di fare è deleterio, perché è proprio quando il lattice invecchia che diventa fondamentale tenerlo pulito. Se non volete cambiarli, abbiatene sempre cura.

  1. Accetta il fatto che nonostante tutti questi accorgimenti, i guanti si consumeranno. Se ti preoccupi dell’usura, piuttosto che di parare, giocherai peggio. E no, non ne vale proprio la pena!

 


giugno 15, 2018
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Con l’arrivo del caldo e dell’estate sembra impossibile allenarsi e il calore può diventare un ostacolo per l’attività fisica. Per continuare ad allenarsi evitando i rischi che può comportare il caldo, come cali di pressione o colpi di calore, è importante seguire dei semplici consigli: scopriamo quali per continuare a mantenerci in forma e divertirci senza rischi, anche d’estate.

 

Perché col caldo può essere pericoloso allenarsi?

Di solito la temperatura del corpo umano è più alta rispetto all’esterno e, quando quest’ultima varia, l’organismo regola il calore attraverso il rilascio di sudore per permettere all’organismo di raffreddarsi. Il corpo si raffredda quindi attraverso la sudorazione ma, perché ciò avvenga senza rischi, è importante mantenersi idratati: nel momento in cui subentra la disidratazione si mettono in pericolo sia il sistema nervoso centrale che gli organi interni e la conseguenza più probabile è il collasso, che ha tra i sintomi nausea, debolezza, vertigini, crampi muscolari e aumento della temperatura del corpo. Altro pericolo è causato dal colpo di calore che si presenta invece con insufficienza respiratoria, incapacità di sudare e perdita di coscienza, che può causare conseguenze anche serie. Ciò non significa che in estate non bisogna allenarsi, basta solo seguire dei consigli indispensabili per praticare in tutta sicurezza l’attività fisica.

 

Allenatevi al mattino presto o la sera

In estate allenatevi al mattino presto, non più tardi delle 7:00, oppure nel tardo pomeriggio dopo le 18:00. Non dovrete sopportare il caldo eccessivo e affronterete l’allenamento con la giusta energia, scongiurando cali di pressione o di zuccheri. Ancora meglio sarebbe praticare attività in acqua, attività che di sicuro eviterebbe il temuto colpo di calore.

 

Indossate capi leggeri e traspiranti e applicate la protezione solare

Indossate un abbigliamento leggero e traspirante e utilizzare capi in colori chiari che riflettono i raggi del sole: gli indumenti scuri trattengono maggiormente il calore e contribuiscono ad aumentare la temperatura corporea. Indossate poi capi traspiranti per favorire la sudorazione e permettere al corpo di raffreddarsi. Ricordatevi anche di bagnare la testa ed i polsi quando vi allenate all’aria aperta. Fondamentale anche la crema solare, per proteggere la pelle dai raggi UV: i raggi solari.

 

Idratatevi bevendo acqua e scegliendo i cibi giusti

Durante l’allenamento estivo la maggiore preoccupazione resta l’idratazione: l’attività fisica provoca una notevole perdita di liquidi, attraverso il sudore. Per questo è importante idratare il corpo bevendo almeno due litri di acqua al giorno e seguendo questa speciale “tabella” quando bisogna allenarsi: per chi svolge un’attività fisica moderata, il consiglio è di bere almeno mezzo litro di acqua 2 ore prima dell’allenamento, un bicchiere d’acqua prima di uscire all’aria aperta e poi bere un sorso ogni 15 minuti durante l’esercizio fisico. Assumete poi cibi ricchi di acqua durante il giorno come frutta e verdura e, per integrare i sali minerali, preferite banane e frutta secca al posto di succhi o integratori artificiali.

 


giugno 15, 2018
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Con l’arrivo del caldo e dell’estate sembra impossibile allenarsi e il calore può diventare un ostacolo per l’attività fisica. Per continuare ad allenarsi evitando i rischi che può comportare il caldo, come cali di pressione o colpi di calore, è importante seguire dei semplici consigli: scopriamo quali per continuare a mantenerci in forma e divertirci senza rischi, anche d’estate.

 

Perché col caldo può essere pericoloso allenarsi?

Di solito la temperatura del corpo umano è più alta rispetto all’esterno e, quando quest’ultima varia, l’organismo regola il calore attraverso il rilascio di sudore per permettere all’organismo di raffreddarsi. Il corpo si raffredda quindi attraverso la sudorazione ma, perché ciò avvenga senza rischi, è importante mantenersi idratati: nel momento in cui subentra la disidratazione si mettono in pericolo sia il sistema nervoso centrale che gli organi interni e la conseguenza più probabile è il collasso, che ha tra i sintomi nausea, debolezza, vertigini, crampi muscolari e aumento della temperatura del corpo. Altro pericolo è causato dal colpo di calore che si presenta invece con insufficienza respiratoria, incapacità di sudare e perdita di coscienza, che può causare conseguenze anche serie. Ciò non significa che in estate non bisogna allenarsi, basta solo seguire dei consigli indispensabili per praticare in tutta sicurezza l’attività fisica.

 

Allenatevi al mattino presto o la sera

In estate allenatevi al mattino presto, non più tardi delle 7:00, oppure nel tardo pomeriggio dopo le 18:00. Non dovrete sopportare il caldo eccessivo e affronterete l’allenamento con la giusta energia, scongiurando cali di pressione o di zuccheri. Ancora meglio sarebbe praticare attività in acqua, attività che di sicuro eviterebbe il temuto colpo di calore.

 

Indossate capi leggeri e traspiranti e applicate la protezione solare

Indossate un abbigliamento leggero e traspirante e utilizzare capi in colori chiari che riflettono i raggi del sole: gli indumenti scuri trattengono maggiormente il calore e contribuiscono ad aumentare la temperatura corporea. Indossate poi capi traspiranti per favorire la sudorazione e permettere al corpo di raffreddarsi. Ricordatevi anche di bagnare la testa ed i polsi quando vi allenate all’aria aperta. Fondamentale anche la crema solare, per proteggere la pelle dai raggi UV: i raggi solari.

 

Idratatevi bevendo acqua e scegliendo i cibi giusti

Durante l’allenamento estivo la maggiore preoccupazione resta l’idratazione: l’attività fisica provoca una notevole perdita di liquidi, attraverso il sudore. Per questo è importante idratare il corpo bevendo almeno due litri di acqua al giorno e seguendo questa speciale “tabella” quando bisogna allenarsi: per chi svolge un’attività fisica moderata, il consiglio è di bere almeno mezzo litro di acqua 2 ore prima dell’allenamento, un bicchiere d’acqua prima di uscire all’aria aperta e poi bere un sorso ogni 15 minuti durante l’esercizio fisico. Assumete poi cibi ricchi di acqua durante il giorno come frutta e verdura e, per integrare i sali minerali, preferite banane e frutta secca al posto di succhi o integratori artificiali.