Blog - Polisportiva Locubia

febbraio 14, 2019
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Un calciatore vincente non solo si pone più obiettivi e li diversifica, ma è tenace, li costruisce e distribuisce con criterio nel tempo.

Se non ci credi non accadrà mai, se pensi negativo i tuoi risultati saranno per la maggior parte negativi. Legato al concetto di cultura dell’alibi, c’è quello di approccio positivo al lavoro: un’atteggiamento psicologico è fondamentale per  raggiungere i risultati e i traguardi che ci si pone. E non si tratta solo di resilienza, cioè la capacità di saper sopportare e affrontare le difficoltà anche quando si protraggono nel tempo credendo fortemente nella soluzione del problema. Si tratta di un atteggiamento convinto, determinato e consapevole a priori. Perché se si vuole fortemente e si lavora affinché qualcosa accada si creano i presupposti affinché le aspettative non vengano deluse. Se viceversa non ci si crede e si spera solamente, state pure sereni: sarà quasi impossibile che i risultati attesi arrivino.

OBIETTIVI: TANTI, RAGGIUNGIBILI E LEGATI

Occorre ragionare allora (anche) in termini temporali più ristretti ponendosi dei sotto traguardi, il raggiungimento dei quali diventa la base, la condizione, ciascuno, di quelli successivi. È un fissare le tappe intermedie in direzione della meta finale. Questo comportamento ha una serie di vantaggi sia sul piano pratico che psicologico. Porsi obiettivi nel breve, medio e lungo termine significa lavorare oggi su elementi concreti e avere sempre chiara la direzione da seguire. Significa adottare comportamenti fattivi, da subito, prendere consapevolezza che lavorare adesso si traduce in un avvicinamento alla meta finale. È un atteggiamento che tiene alta la motivazione ogni giorno perché induce a impegnarsi per ottenere dei risultati immediati. Aiuta soprattutto a imparare e crescere, anche non dovessimo arrivare fino in fondo. Ci porta, e questo è importantissimo, ad acquisire abilità e competenze da mettere in gioco anche in altri campi.

NON PENSATE SOLO A VOI STESSI

Nel calcio se sono giovane e ho talento potrei avere, per esempio come obiettivo principale, quello di ottenere col tempo un ingaggio in una prima squadra professionistica. Dovrò di conseguenza fissare gli step intermedi necessari per aumentare la probabilità di riuscita. Questi saranno pluriennali, annuali, mensili, settimanali e quotidiani. Chiaramente ogni conquista del breve periodo deve essere funzionale al raggiungimento di quelle nel medio le quali a loro volta devono esserlo per quelle del lungo. Un consiglio: confrontatevi col vostro allenatore. Lui, con le sue competenze e esperienza, la conoscenza delle abilità e capacità già acquisite da voi e dai vostri compagni, può aiutarvi a definire il piano di lavoro all’interno della squadra stessa. Negli sport non individuali non possiamo limitarci a fissare i nostri obiettivi senza preoccuparci anche dei nostri compagni. Vi faccio un esempio. Se decido di voler fare, in stagione, 40 reti potrei scivolare verso una ricerca ossessiva del gol perdendo di vista il collettivo, magari un facile passaggio a un compagno meglio posizionato di me. La condizione ottimale degli sport di squadra, assolutamente raggiungibile se c’è una buona programmazione e analisi corretta e coerente dei valori tecnici e umani dello spogliatoio, è quella per cui gli obiettivi del singolo aiutano gli obiettivi del gruppo e viceversa.


febbraio 7, 2019
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Il riscaldamento è un’attività preparatoria che deve precedere ogni sforzo fisico: scopriamo cos’è e a cosa serve.

Quante volte dopo aver svolto un’attività fisica avete sentito un forte dolore o una sensazione di tensione muscolare? Svolgendo un adeguato riscaldamento prima di uno sforzo fisico, potrete preparare nel modo corretto il vostro corpo ed evitare così contratture e dolori muscolari. Il riscaldamento è la fase preparatoria che precede uno sforzo fisico o un’attività sportiva intensa ed ha lo scopo di proteggere tutto il corpo: riscaldando adeguatamente i muscoli, potrete svolgere la vostra attività sportiva, evitando spiacevoli dolori o fastidi durante o dopo l’allenamento o la gara.

 

Perché viene definito riscaldamento?

Il riscaldamento, in inglese “warm-up”, serve letteralmente a innalzare la temperatura corporea di uno o due gradi con finalità benefiche su tutto l’organismo. Principalmente migliora la fluidità del sangue favorendo l’ossigenazione dei muscoli e la loro elasticità al fine di evitare contratture, stiramenti o strappi. Il muscolo “a freddo” rischia di accorciarsi troppo repentinamente in quanto non pronto al gesto da compiere o di allungarsi eccessivamente quando poco riscaldato. Apportare ossigeno ai muscoli vuol dire anche restituire energia spendibile durante l’attività, che si traduce in un miglioramento delle prestazioni, in quanto l’aumento della temperatura favorisce l’irrorazione sanguigna e di conseguenza l’elasticità dei muscoli e dei tendini.

 

Come possiamo praticare un buon riscaldamento?

Non bisogna pensare al riscaldamento come ad una pratica noiosa o statica. Infatti, per riscaldarvi adeguatamente, potrete iniziare con una corsa lenta, che può essere svolta anche sul posto, o una camminata a passo veloce. Dopo avere eseguito una di queste attività, potrete continuare il riscaldamento eseguendo brevi alcuni esercizi più intensi, come scatti e salti sul posto.

 

Alcuni consigli pratici e utili per riscaldarvi come si deve

Seguendo alcuni semplici suggerimenti, potrete trarre enorme vantaggio dal riscaldamento muscolare. Infatti, dovreste considerare che si tratta di un pre-allenamento a sé, che va al di là della semplice preparazione per l’attività fisica: dovrete concentrarvi ed effettuare con attenzione ogni movimento, aumentando l’intensità degli esercizi e/o della corsa, in maniera graduale. Con questa abitudine, vi renderete conto che avrete a che fare con facili movimenti, in grado però di offrire al vostro corpo dei vantaggi sia immediati che nel lungo periodo. Per quanto riguarda i tempi, se siete poco allenati, saranno sufficienti 10-15 minuti di riscaldamento per essere adeguatamente pronti all’attività fisica. Se invece siete già abituati a tutto questo, dovrete dedicare un tempo leggermente superiore per riscaldare in modo corretto tutto il corpo. Infine, se vi state chiedendo chi siano le persone che necessitano del riscaldamento muscolare la risposta è questa: chiunque! Che siate sportivi o pigri, che vi piaccia praticare sport oppure no, il riscaldamento prima dell’allenamento vi conferirà innumerevoli vantaggi per la salute e vi proteggerà da disturbi e problematiche da non sottovalutare.


gennaio 31, 2019
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Una delle ragioni che rende affascinante il mondo dello sport è l’inesauribile offerta e proposta di modelli da imitare ed emulare. Quelli scelti dai ragazzi sono ovviamente i campioni: è a loro che si vorrebbe assomigliare così vengono costantemente imitati: dal gesto tecnico all’acconciatura, dalla maglia alle scarpe e così via. A volte gli idoli di riferimento scelti dai figli non convincono i genitori se non addirittura fanno preoccupare. Ma in queste situazioni è difficile e sostanzialmente inutile provare a contrastare o resistere alla forza influenzante dell’idolo di turno. In questo caso si ha a che fare infatti con una sorta di innamoramento, il bambino si comporta da tale nei riguardi del suo campione – modello. Lo sport, in questo, “mette le ali”, è un fattore incentivante di passione e immaginazione. Sognare di essere un campione, quel campione, è per il giovane un’esperienza bellissima e utilissima, che i genitori devono imparare a rispettare. Non è mai consigliabile svegliare i ragazzi da un bel sogno però occorre essere sempre pronti a intervenire quando l’infatuazione, inevitabilmente, svanisce. Come deve allora regolarsi un genitore?

 

NON CHIUDETEVI IN DIFESA

La prima cosa da fare è non “chiudersi in difesa”, ovvero non limitarsi a subire lasciandosi andare a inopportune gelosie o addirittura gettare la spugna prendendo semplicemente atto della situazione. Se non puoi battere il tuo avversario – dicono gli esperti di strategia – allora cerca di fartelo amico. È importante quindi che papà e mamma si informino, si mostrino competenti in materia e soprattutto sappiano riconoscere e valorizzare gli aspetti positivi di quel campione distinguendoli da quelli più discutibili.  In secondo luogo occorre che i genitori provino a mettersi nei panni dei ragazzi, recuperando dalla memoria e dal cuore modelli e miti di cui loro erano innamorati da giovani, questo li aiuterà a meglio condividere l’esperienza con i figli. Solo così si riesce ad avere la lucidità e la pazienza necessarie per aiutare i bambini a gustare il bello delle emozioni che il loro campione suscita, ma anche avvertirli dei rischi e delle delusioni in cui possono incappare.

CERCATE DI “APRIRE IL GIOCO”

Va sempre tenuto presente che i modelli sportivi non sono tutti uguali pertanto un genitore attento può e deve “allargare e aprire il gioco”. Bisogna svolgere una funzione di orientamento, segnalando al figlio modelli migliori, commentando apertamente pregi e difetti dei campioni che vanno per la maggiore, suggerendo esempi meno famosi ma altrettanto accattivanti.  Infine la cosa più importante è accompagnare il figlio a comprendere che la parte più bella ed entusiasmante che c’è nel vero campione non è nei risultati o nei gesti tecnici – mete irraggiungibili che il bambino può solo invidiare –  ma nel suo modo di affrontare la sfida, comportarsi con l’avversario, confrontarsi con i suoi limiti, gioire per la vittoria, reagire alla sconfitta e gestire l’imprevisto. Tutti aspetti e situazioni che anche il bambino sperimenta e rispetto ai quali necessita di indicazioni e soluzioni.

 

I VALORI DELLO SPORT CHE VALGONO NELLA VITA

Un genitore attento deve trovare il modo di valorizzare, agli occhi del figlio, gli aspetti più importanti dei campioni, mettendo in evidenza l’importanza della tenuta emotiva, della correttezza e della ricerca sempre di fare il meglio che si può.  Il genitore che crede nel valore educativo dello sport propone come modelli i veri vincenti e cioè i fuoriclasse che hanno saputo imparare dalle sconfitte.

 

TRASMETTIAMO I MESSAGGI GIUSTI

Un esempio, a questo proposito, viene da Eric Cantona che in passato è stato certamente un campione ma non sempre un modello positivo. Nel film “Il mio amico Eric” un appassionato tifoso chiede al francese (ricordandogli i suoi gol più spettacolari) quale sia il gesto sportivo del quale è più orgoglioso, il più bello in assoluto. Cantona gli risponde: «Nessuno di questi. Il gesto più bello non è stato un gol ma un passaggio.  Quella volta – continua Eric osservando l’espressione stupita dell’altro – tutti si aspettavano che io tirassi in porta. Invece ho mandato il mio compagno in rete». Il tifoso allora replica… «Ma se il tuo compagno avesse sbagliato…»  e Cantona conclude: «Quando giochi in una squadra ti devi fidare». Imparare a fidarsi vale dunque più di un gol fantastico. Sono messaggi come questi che occorre trasmettere ai ragazzi.


gennaio 24, 2019
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Il mister non è solo colui che insegna tecniche e strategie calcistiche è una figura importantissima, in quanto diventa un vero e proprio esempio per i giocatori, soprattutto quelli più piccoli. 

L’allenatore rappresenta l’esperto, ovvero colui che facilita l’autoconsapevolezza dell’allievo e crea occasioni di apprendimento. Il compito dell’allenatore è dunque quello di trasmettere competenze e conoscenze ma deve essere consapevole che c’è da imparare da ogni persona e da ogni situazione. Questo è sicuramente il primo passo per raggiungere l’eccellenza. È dunque, importante che sappia creare un rapporto con i propri allievi.

Quali sono le caratteristiche che “fanno” un buon allenatore?

Si tratta di aspetti innati e, dunque, presenti dalla nascita oppure di qualità apprese attraverso l’esperienza? È difficile rispondere a questa domanda, poiché è difficile scindere cosa è innato da cosa è appreso. La nostra personalità è in continua interazione con il contesto, tanto che l’innato e l’acquisito diventano tessere di un unico puzzle. Vediamo più nel dettaglio quali sono le caratteristiche che un buon allenatore deve possedere.

  • Esperienze concrete di tipo tecnico e tattico;
  • Preparazione sul piano didattico per comunicare le proprie idee in modo semplice e chiaro;
  • Disponibilità umana di base ed intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere le proprie e le altrui emozioni e sapersi relazionare con esse;
  • Apertura al dialogo e capacità di ammettere i propri errori, che induce al rispetto e alla stima: è fondamentale saper essere autocritici e capire dove sta l’errore, prendendosi le proprie responsabilità;
  • Sicurezza in sé, che aiuta a creare e diffondere la motivazione negli allievi;
  • Ambizione e apertura mentale: è importante sapersi mettere in discussione, accettare visioni differenti dalla propria, mettersi nei panni degli altri e cercare soluzioni alternative dove necessario;
  • Capacità di adattarsi alla continua evoluzione del mestiere, senza rimanere rigidamente ancorati alle precedenti esperienze vissute;
  • Entusiasmo e passione per il proprio lavoro: tutto parte dal cuore e dall’amore per il calcio!

 

 

Le qualità psicologiche che un buon allenatore deve possedere

Un buon allenatore deve possedere anche molte qualità psicologiche da poter utilizzare per il bene dei suoi allievi. Alcune delle più importanti sono:

Locus of control interno

Il locus of control viene definito come la percezione del controllo degli eventi che ognuno possiede e che può essere attribuito a se stessi o a fattori esterni, il primo viene definito interno, il secondo esterno. Un buon allenatore deve possedere un locus of control interno, ovvero deve dimostrare di avere pieno controllo del suo mestiere e della squadra. Deve mostrare conoscenze e strategie che consentano di affrontare al meglio le situazioni ed i problemi, raggiungendo gli obiettivi prefissati e credendo nelle proprie capacità.

Assertività

Ovvero la capacità di esprimere i propri sentimenti ed emozioni in modo chiaro, di saper scegliere come comportarsi in un determinato momento/contesto. Poter difendere i propri diritti, ed esprimere serenamente un’opinione anche se in disaccordo con gli altri e portare avanti le proprie idee con convinzione, rispettando al contempo quelle altrui.

Competenze comunicative

Fondamentali per permettere alle proprie idee di arrivare agli altri e di essere da loro comprese.

Empatia

Ovvero la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, riconoscendo le emozioni in gioco. La qualità della relazione si basa su un ascolto non valutativo e si concentra nella comprensione dei sentimenti e dei bisogni fondamentali dell’altro.

Capacità di problem solving

È la capacità di risolvere problemi, analizzare dati percettivi provenienti dall’ambiente e mettere in atto strategie per superare le difficoltà e raggiungere gli obiettivi prefissati.

 

Allenare non è, dunque, un compito semplice! Occorre che il tecnico sia in grado di miscelare qualità tecniche, tattiche, comunicative, educative e psicologiche per fare al meglio il suo lavoro. Gli allenatori devono conoscere gli atleti che hanno davanti, i loro punti di forza ed i loro limiti, non solo a livello calcistico, ma soprattutto a livello caratteriale e psicologico, e procedere con criteri differenziati di allenamento in funzione di ogni singolo atleta.


gennaio 17, 2019
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Cinque motivi per i quali spesso una buona occasione da rete non si tramuta in gol: ecco alcuni consigli per evitare errori e migliorare le proprie prestazioni. 

 

NON CERCARE LA PORTA CON IL PRIMO CONTROLLO

Spesso gli attaccanti hanno la possibilità di orientare il primo controllo verso la porta e non lo fanno perdendo un prezioso vantaggio.

  • Consiglio: Allenarsi a cercare la porta immediatamente. Tirare al primo tocco è una strategia che, tra l’altro, mette spesso in affanno le difese.

TOCCARE LA PALLA UNA VOLTA DI TROPPO

In leggero vantaggio rispetto all’avversario e al momento della conclusione in porta l’attaccante (o per scarso equilibrio o per ricerca di una sistemazione ottimale del pallone) cede spesso alla tentazione di volersi sistemare meglio la sfera, concedendo chi difende di rientrare in gioco.

  • Consiglio: Esercitarsi ad attaccare palla e tirare immediatamente oppure effettuare uno “sposto e tiro” senza indugiare sugli appoggi.

ATTACCARE GLI SPAZI IN RITARDO

Soprattutto sui cross, le punte spesso aspettano di vedere dove va la palla per poi cercare di deviarla in rete: è troppo tardi! L’attaccante di razza vive nel futuro, immagina un attimo prima dove dovrà andare, anticipando così il difensore.

  • Consiglio: Compiere contro movimenti di smarcamento e attaccare decisi uno spazio, prima senza avversario e poi con la addosso la marcatura.

MANDARE FUORI TEMPO L’ATTACCANTE

Molte volte con un solo tocco si può “mandare in porta” l’attaccante (è una specialità, per esempio di Francesco Totti). Pochi giocatori sono pronti a giocare la palla di prima e basta un controllo di troppo per non avere più la possibilità di effettuare la giocata… “letale”.

  • Consiglio: Allenarsi, qualunque sia il ruolo in cui si gioca, a ricevere la palla con il corpo nella posizione giusta per poter giocare di prima. In questo modo, al momento della ricezione del pallone, i calciatori avranno una più ampia gamma di scelte.

CHIEDERE LA DISTANZA DELLA BARRIERA CON ECCESSIVA FRETTA

Quando c’è una punizione a favore al limite dell’area spesso i giocatori meno esperti richiedono frettolosamente la distanza all’arbitro. Facendo così si precludono a priori altre soluzioni senza avere valutato se fossero possibili. Battendo velocemente, per esempio, potrebbero sorprendere un avversario lento a organizzarsi.

  • Consiglio: Abituarsi ad avere tre giocatori in tre in zona palla al momento di battere ogni posizione. Questo potrebbe consentire di sfruttare a sorpresa e velocemente un’eventuale superiorità numerica che si venisse a creare.

 


gennaio 10, 2019
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Per migliorare le proprie prestazioni il calciatore deve lavorare con criteri e metodi corretti sulla flessibilità delle proprie articolazioni. Principi generali e consigli.

Da un punto di vista motorio e coordinativo la mobilità può essere definita come “la capacità di riuscire a eseguire volontariamente e in modo mirato movimenti con la necessaria ampiezza ottimale d’escursione (oscillazione) delle articolazioni a esso interessate”. In generale la mobilità articolare è il presupposto fondamentale della motricità umana, soprattutto di quella degli sportivi, per cui il suo allenamento è componente imprescindibile del processo di miglioramento del calciatore e non può essere assolutamente trascurata.

EFFETTI DIRETTI

La mobilità ha azione diretta sulla prestazione sportiva e favorisce la prevenzione degli infortuni. Permette, inoltre, di realizzare senza ostacoli (o comunque con minor resistenze interne) impegni di forza e rapidità. Può essere suddivisa in:

  • mobilità generale: il tipo che ha obiettivi basilari e generici fondamentali per l’allenamento in ogni sport;
  • mobilità speciale: quella che viene pensata per richieste particolari di mobilità proprie di un singolo sport;
  • mobilità attiva: quella con la quale si ricerca la massima escursione raggiungibile autonomamente;
  • mobilità passiva: quella raggiunta grazie a forze esterne;
  • mobilità statica: grazie alla quale si mantiene una determinata posizione per un certo periodo di tempo, sia attivamente sia non.

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    Avere una buona mobilità articolare è fondamentale anche per i portieri

I CIRCUITI DI MOBILITÀ ARTICOLARE

Possiamo definire quattro contenitori o circuiti funzionali all’interno dei quali inserire esercitazioni mirate per i diversi distretti muscolari e articolari del nostro corpo:

  • per la parte alta del corpo, l’articolazione scapolo omerale;
  • per il tratto cervicale, toracico e lombare;
  • per il bacino e articolazione sacro iliaca;
  • per gli arti inferiori.

A livello esecutivo va ricercata in ogni tipo di esercizio la massima ampiezza individuale raggiungibile con obiettivo, ovviamente, di migliorarla. Il lavoro sulla mobilità articolare è un allenamento vero e proprio e in quanto tale va eseguito nei modi e nei tempi corretti mediante una programmazione ragionata e organizzata, diversamente rischia di essere poco proficua. Le variabili del carico di allenamento (densità, frequenza, intensità) hanno enorme importanza.


gennaio 3, 2019
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Criticare l’allenatore o i compagni di squadra danneggia il piccolo calciatore! Si cresce imparando a conoscere e superare i propri limiti, altrimenti si alimentano le insicurezze.

Capita spesso di sentir giudicare l’operato dell’istruttore di Scuola Calcio da parte dei genitori. A volte accade semplicemente per parlare un po’ e colmare con due chiacchiere il tempo di una partita o di allenamento. Altre volte, però, capita involontariamente di condire questo atteggiamento con giudizi, non sempre positivi, sull’istruttore e sul suo operato. Ora, ognuno può fare e dire ciò che vuole a patto che questo avvenga nel rispetto degli altri, e soprattutto del proprio figlio. In tal senso dare un giudizio sul mister di fronte a lui può rischiare di renderlo insicuro e indeciso in campo. Questo perché se un adulto di cui il bambino si fida ciecamente, trattandosi del proprio papà o della propria mamma, descrive in un certo modo una persona, per lui quella è una realtà indiscutibile, non un’opinione soggettiva di colui che la esprime. Per esempio se un bambino sente dire da mamma o da papà: “Questa maglietta rossa non ti sta bene” lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale. Pensa che il rosso sia un colore che non gli si addice in modo assoluto. Così se uno dei genitori critica l’istruttore o un compagno di squadra in virtù del suo punto di vista, per il figlio che ascolta ciò che afferma il proprio genitore rappresenta la verità assoluta. Dare giudizi personali su altri piccoli calciatori o sull’istruttore in presenza del giovane atleta, rischia di confonderlo inquinando oltretutto il rapporto che lui stabilisce con gli altri.

CRITICARE NON FA RIMA CON EDUCARE

A volte, con troppa superficialità, dopo una partita si tende a criticare le decisioni dell’allenatore o la prestazione della squadra. In questi casi oltre a inquinare l’idea che il bambino si fa degli altri, si svalorizzano dei punti di riferimento come l’istruttore o un compagno di squadra nei quali lui crede molto. Avere intorno persone che criticano induce per emulazione ad acquisire l’abitudine di disapprovare tutti, proiettando spesso sugli altri le responsabilità di una sconfitta o di un evento sportivo, come per esempio un’ammonizione, e così sfuma l’occasione di riconoscere le proprie manchevolezze. In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato bene il bambino impari a giustificarsi adducendo capri espiatori. Ci si abitua così a dare la colpa all’arbitro, al mister, come si vede fare al papà o alla mamma. Un genitore che non riconosce i limiti del figlio e ha l’abitudine di concentrarsi sulla performance di altri non fa che rinforzare nel proprio bambino la brutta abitudine di spostare l’attenzione altrove invece di imparare da una sana autocritica. Così facendo si elude al giovane atleta l’opportunità di riflettere e capire dove ha sbagliato traendo da ciò degli spunti di crescita.

 


dicembre 20, 2018
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Anche in inverno si può giocare a calcio, basta sapere come vestirsi: non è solo importante indossare un abbigliamento più pesante, ma prenderne uno adatto all’attività intensa che il gioco del calcio comporta. Bisogna proteggersi, ma comunque lasciare alla pelle la possibilità di respirare, non dimenticando di proteggere adeguatamente le parti più delicate, come petto, gambe, caviglie e ginocchia.

Un corretto abbigliamento invernale è fondamentale. Sembra scontato dirlo, ma spesso ci si accorge che non ci si veste correttamente solo quando si è in campo. Si, ma qual’è il modo giusto?

 

Allenamento calcio d’inverno: vestiti a strati!

La prima regola fondamentale è quella di vestirsi a strati. In condizioni di temperature vicine allo zero, ogni strato del nostro vestiario avrà una specifica funzione e ci aiuterà a isolarci dal gelo esterno. L’intimo termico, il primo strato, è vitale. Non fate distinzioni tra parte alta e parte bassa del corpo. Dovrete indossare un prodotto aderente e soprattutto traspirante. Attenzione a quest’ultimo punto, spesso sottovalutato. L’acqua, infatti, disperde il calore molto velocemente e quindi avere la maglia termica inzuppata di sudore non è propriamente una scelta saggia. In questo senso, evitate il cotone, che tende a accumulare acqua. Esistono diversi materiali sintetici che sono perfetti in questo senso e che garantiscono una traspirazione ottimale.

Il secondo strato, o strato intermedio, vi deve garantire calore. Quindi, spazio a felpe, tute eccetera. Meglio ancora se la composizione del prodotto è felpata, svolgerà meglio la propria funzione. Attenzione alle zip, potrebbero infastidirvi sul collo: meglio utilizzare in questo caso una felpona semplice chiusa.

Infine, il terzo strato. Qui la funzione dev’essere una sola: isolamento. Sia che piova o nevichi, ma anche solo in una serata ventosa, avere indosso un k-way come si deve può fare veramente la differenza. Poco ingombrante in borsa, ma dall’effetto benefico immediato, la giacchetta impermeabile non potrà mai mancare nell vostro vestiario invernale.

 

 

Allenamento calcio d’inverno: non dimenticare guanti e cappelli!

Anche la testa va protetta. D’inverno i fattori combinati di umidità, gelo e vento possono buttare a terra lo sportivo più allenato. Proteggere il capo con un cappello invernale, magari in pile, evita inconvenienti e malori. Anche le mani vanno protette. Essendo dei terminali ricchi di sangue il pericolo di congelarle è più alto che per le altre parti del corpo e, per quanto si sia in piena attività fisica, basta un po’ di bagnato e un colpo di vento gelido per bloccare la circolazione delle mani causando forti dolori.

 

Allenamento calcio d’inverno: l’importanza degli accessori!

Non dimenticatevi di porre la giusta attenzione anche ai vostri piedi. Piedi freddi uguale piedi non sensibili, meglio quindi procurarsi calze termiche. Capitolo a parte sulle vostre calzature. Le vostre scarpe vi devono consentire un grip eccellente anche in caso di pioggia.

Insomma, anche in caso di maltempo il vostro allenamento deve essere performante in ogni minimo dettaglio. Seguendo questi semplici consigli, potrete dare il meglio di voi stessi anche con freddo pungente. Posto questo, è inevitabile che il pensiero di una cioccolata calda di fronte alla TV vi verrà lo stesso…


dicembre 13, 2018
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I piccoli calciatori che poi diventeranno portieri spesso non si avvicinano alla scuola calcio con il chiaro desiderio di giocare in quel ruolo.  Pertanto la corretta formazione in giovane età ha una valenza particolarmente importante, essendo una tappa fondamentale per il loro sviluppo globale. Una programmazione non corretta, un carico psicologico eccessivo, l’imposizione di ambienti precocemente selettivi e la corsa all’imitazione del calcio degli adulti sono elementi che potrebbero influenzare in maniera negativa la sfera formativa del bambino.

 

GLI ASPETTI PROPEDEUTICI AL RUOLO

La formazione specifica del giovane portiere inizia nell’età compresa tra gli 8 e i 10 anni. In questo periodo lo sviluppo del gesto tecnico specifico non ha una rilevanza predominante. L’attività si concentra su elementi come l’aspetto ludico e le capacità motorie.  Per individuare il profilo adatto al ruolo, occorre ricercare inizialmente tre aspetti:

  • la predisposizione al gioco con le mani;
  • la facilità all’impatto con il terreno;
  • il coraggio nell’affrontare il contatto con avversari e pallone.

 

TECNICA ED ELEMENTI DI ACROBATICA ASSIEME

Sulla base di questi elementi, è possibile far approcciare un piccolo calciatore al ruolo di portiere in modo proficuo e funzionale.  L’obiettivo, quindi, sarà quello di abbinare la capacità di contatto delle mani col pallone insieme a elementi di acrobatica, prendendo in considerazione anche altri sport che richiedono l’utilizzo delle mani come, ad esempio, la pallavolo ed il basket. Su queste basi, è possibile costruire una programmazione funzionale sia per il singolo allenamento sia per il medio periodo, ottimizzando ciascuna fase della seduta.

 


dicembre 6, 2018
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Sei mancino? Hai più possibilità di segnare di un destro, e non stare tanto a pensarci, se lo fai rischi di sbagliare…

Calcio di rigore… tiro… parata! È stato bravo il portiere o ha sbagliato l’attaccante? Esiste una modalità di esecuzione che renda il penalty assolutamente imparabile, esiste il rigore perfetto? Esperimenti sul campo, valutazioni di analisi statistiche studio di un’enormità di dati ha permesso ad alcuni esperti di dare delle indicazioni ai protagonisti, tiratore e portiere li abbiamo raccolti per voi!

  • In una sfida a eliminazione diretta ai rigori le squadre che iniziano la serie e fanno gol aumentano le possibilità di vittoria al 60%.
  • Statisticamente la paura di perdere fa sbagliare di più che la “paura” di vincere.
  • Chi è mancino ha il 4% in più di possibilità di segnare.
  • Le possibilità di fallire un calcio di rigore sono, per chi tira, una su quattro. La percentuale si abbassa a una su dieci se il portiere non indovina la direzione del tiro.
  • Se il portiere si muove sulla linea e allarga ripetutamente le braccia diminuisce, agli occhi del tiratore, la grandezza percepita della porta catturando la sua attenzione e riducendo l’angolatura del tiro di circa trenta centimetri. Il portiere cerca di stimolare in chi calcia quello che in psicologia viene chiamato “effetto tunnel” (scaturisce dallo stato di ansia) e a causa del quale la porta, agli occhi di chi calcia sembra rimpicciolirsi.
  • Se il portiere si posiziona leggermente spostato a destra o a sinistra (sembra siano sufficienti circa dieci centimetri), aumenta le possibilità di indurre il tiratore a calciare proprio dove lui vuole, cioè la parte leggermente più sguarnita e quindi a sbagliare.
  • Se segnate esultate, l’avversario che tira dopo di voi tenderà a sbagliare di più, mentre il successivo compagno, avrà più probabilità di segnare.
rigore perfetto
Partita di beneficenza Piloti – All Stars: il cestista Dirk Nowitski imita l’infausta rincorsa di Zaza nel rigore sbagliato agli europei contro la Germania

  • Secondo lo scienziato cognitivo Gerd Gigerenzer il rigorista deve tirare d’istinto e non pensare troppo perché altrimenti si tende a perdere l’immediatezza degli schemi cognitivi sviluppati con l’esperienza. Più tempo si aspetta, più si pensa prima di tirare, più aumenta il rischio di sbagliare.
  • Il rigore perfetto secondo i fisici dell’Università John Moores di Liverpool prevede una rincorsa di cinque o sei passi, muoversi leggermente ad arco mirare a 50 centimetri dall’incrocio dei pali e tirare a circa 100 km/h… facile, no?
  • Secondo l’economista Steven Levitt, il rigore migliore è invece quello tirato al centro della porta dove il portiere non si aspetta. I portieri, infatti, restano fermi al centro molto meno del 10% delle volte. Nelle edizioni dei mondiali da Spagna 1982 a Sud Africa 2010 22 partite sono state decise ai calci di rigore e nessuno di quelli tirati centralmente (204) è stato parato.
  • Secondo la teoria dei giochi, un rigore è un gioco a somma zero tra due partecipanti (tiratore e portiere), cioè la mossa vincente di un giocatore corrisponde sempre a una sconfitta per l’altro. In ambito economico, il premio Nobel John Forbes Nash junior ha teorizzato come in interazioni di questo tipo, quindi che prevedono una sequenza di mosse e contromosse (come nella morra cinese) la strategia migliore sia tirare senza averne una, per variare le proprie mosse e renderle illeggibili. Quindi in una sfida a rigori per non dare punti di riferimento al portiere avversario affidatevi totalmente a una sequenza casuale…